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06-Domenica delle Palme – Anno C
Domenica delle Palme – Anno C
Lc. 22,14-23,56
La ambiguità che accompagnano la morte di Gesù
5 aprile 1998
La cosa che più colpisce in questi racconti - cominciando da quello centrale nella liturgia di oggi, cioè l'ingresso di Gesù a Gerusalemme e poi quello della passione secondo Luca che abbiamo ascoltato – è l'intreccio delle ambiguità, delle scelte effettuate in nome di Dio, per osservare la legge, per compiere la sua volontà. Dall'una e dall'altra parte: dagli amici e dagli oppositori di Gesù. Il compromesso: si cede per salvare la propria condizione, il proprio potere, per restare in armonia con i potenti. Ecco, la cosa che più colpisce è l’intreccio di ambiguità, condensate in un episodio marginale rispetto alla storia dell'impero romano, ma centrale riguardo alla storia della salvezza.
Come mai tante ambiguità s'intrecciano attorno a un messaggio così fondamentale per la storia umana? Coloro che erano preparati non lo accolgono, non lo riconoscono, disprezzano la proposta che viene fatta; coloro che l'accettano, l'accettano in prospettive completamente diverse da come Gesù la proponeva. Per cui alla fine Gesù si è trovato solo a vivere la propria fedeltà. Sì, alcuni l'hanno seguito ("da lontano", dice Luca), le donne che l'accompagnavano dalla Galilea, ma soprattutto per compassione, per partecipazione a una sofferenza; non è ancora l'assunzione del Vangelo, non è ancora la testimonianza.
Perché mai questo è avvenuto e avviene tuttora, nella nostra vita personale, ecclesiale e sociale?
Nella nostra vita personale, quante volte noi crediamo di fare bene, ci esaminiamo sulle intenzioni e scopriamo poi dai risultati, dalle reazioni, che invece c'erano elementi inquinanti, perversi, nella nostra azione, nelle nostre parole, nelle nostre scelte. E' un destino al quale non possiamo sottrarci?
E a livello ecclesiale e sociale, vediamo benissimo quante discussioni, quanti contrasti: tutti in nome della giustizia, del bene degli ultimi, della difesa dell'armonia sociale, del benessere... Sì, a volte ci sono diversità negli ideali proposti, ma anche quando ci sono gli stessi ideali, si usano le stesse parole, si vogliono perseguire gli stessi traguardi, ci sono scelte contrastanti; per cui spesso i profeti vengono uccisi e quelli che in realtà perseguono la giustizia vengono condannati, in nome della giustizia. E' un'ambiguità a cui non possiamo sottrarci? Come se ne viene fuori?
Prima di tutto chiediamoci come Gesù ha vissuto l'ambiguità che lo attorniava e poi chiediamoci come noi, accompagnando il suo cammino in questa settimana, possiamo vivere tutte le situazioni in modo positivo e salvifico, in modo da crescere come figli di Dio. O potremmo anche dire: in modo da giungere alla morte nella verità della vita. Perché è la morte il criterio ultimo, è lì dove dovranno dissolversi tutte le ambiguità, se vogliamo morire nella verità.
Gesù di fronte alle ambiguità che scopriva intorno a sé.
Come Gesù ha vissuto le ambiguità che scopriva intorno a sé? Chi lo accompagnava aveva altre prospettive, qualcuno pensava perfino di tradirlo, Pietro nel momento decisivo disse persino di non conoscerlo; ed era vero, non aveva accettato ancora per nulla il suo Vangelo.
Gesù come ha vissuto queste ambiguità intorno a sé? Di per sé non le ha condannate, erano una necessità. Le ha portate serenamente, fino a dire: "Perdona loro, non sanno quello che fanno".
Certo, i farisei avevano i loro interessi da difendere, ma difendevano il popolo. Caifa dirà (ce lo ricorda Giovanni): "Ma se la gente va dietro a lui verranno i Romani, distruggeranno il luogo santo; è bene perciò che muoia uno, piuttosto che avvenga tutto questo disastro". E difendeva il luogo sacro, il tempio, la nazione stessa. C'era della sincerità in questo discorso, era un ruolo che svolgeva come sommo sacerdote, ma c'era molta ambiguità perché c'era la difesa del proprio potere, c'era il disinteresse totale per una proposta profetica.
Ci siamo chiesti più volte cosa sarebbe avvenuto se gli ebrei contemporanei di Gesù avessero accettato la sua proposta di riformare la loro religiosità. Come poi è avvenuto nella storia ebraica, perché successivamente, indipendentemente da Gesù, hanno percorso un cammino di purificazione, di sviluppo della loro interiorità, fino a delle forme eccelse di misticismo. Ma se avessero accettato allora la proposta di Gesù cosa sarebbe avvenuto? Non possiamo saperlo.
Non possiamo dire: questi uomini erano perversi. Erano uomini del loro tempo, non accettavano le profezie, le indicazioni della novità di vita. Erano uomini perbene nella loro società, con tutti i limiti della loro società e del loro tempo.
Gesù quindi riconosce l’ambiguità, la porta soffrendo ma con misericordia: "Perdona loro, perché non sanno quello che fanno". Ma non è ancora sufficiente, fa qualcosa di più: assume atteggiamenti che stimoleranno le persone che l'avevano seguito e gli altri che ascolteranno l'annuncio della sua passione e morte e poi della sua resurrezione. Offre stimoli di novità di vita, atteggiamenti nuovi, un nuovo modo di amare, un nuovo modo di perdonare, di esercitare misericordia, cioè manifesta un nuovo volto di Dio.
Era una svolta storica, un passaggio notevole nella comprensione di Dio. Quei passaggi che avvengono anche nella nostra vita, perché anche nella nostra vita ci sono le svolte nell'immagine di Dio: il Dio che ci immaginavamo scompare, appare insignificante. E se continuiamo a vivere la fede, cioè a fare esperienza di fede, una nuova immagine sorge, un nuovo volto. Finché anch'esso scompare, per giungere poi, nella morte, a vivere il silenzio pieno della presenza di Dio, quindi dell'adorazione. E' un cammino che anche noi dobbiamo fare.
Gesù quindi introduce dinamiche nuove con la sua passione, con la sua morte. Avrebbe potuto farlo in altro modo, ma gli uomini l'hanno costretto a farlo lì, nella sofferenza della crocifissione. Avrebbe potuto farlo in un atteggiamento di armonia, di sintonia, di accoglienza, di gioia e se volete di entusiasmo, quello che appare nel racconto dell'ingresso a Gerusalemme: avrebbe potuto continuare a svolgerlo, dissolvendo le ambiguità che quell'entusiasmo conteneva. E' stato costretto dagli uomini, dal compromesso di Pilato, dalla durezza di chi non accettava la sua proposta, a introdurre queste dinamiche nuove in una situazione drammatica di sofferenza e di morte. Ma è riuscito a farlo. "Per questo Dio gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome" (Fil. 2,9).
Noi di fronte alle ambiguità personali e sociali
Anche la nostra vita è piena di ambiguità, non possiamo ritenerci già giunti a perfezione, anche perché il processo della storia e l’evoluzione della nostra specie continua. Nella nostra vita ogni amore contiene elementi di egoismo, di avversione, di odio, di aggressività; ogni scelta che compiamo per il bene, per la giustizia, ha tante componenti che nascono dalla incompiutezza, dal desiderio di emergere, dalla volontà di essere riconosciuti e approvati e così via. Tutte, tutte le nostre azioni contengono ambiguità.
Ma anche i processi storici. Non possiamo pretendere che ci siano processi storici puri, impegni sociali perfetti. Dobbiamo riconoscere che ovunque ci sono ambiguità.
E allora come comportarci, quando scopriamo le nostre ambiguità, quando scopriamo i processi storici ambigui, inquinati, con elementi di oppressione là dove si proclamava la giustizia? Cosa dobbiamo fare?
Io credo che l'atteggiamento di Gesù è in questo senso paradigmatico, è l'indicazione chiara dell'unica via possibile. Prima di tutto dobbiamo riconoscere l'ambiguità che esiste e che dipende dal limite, dal processo in cui siamo inseriti: non abbiamo ancora raggiunto la perfezione. Anche come umanità, non possiamo pretendere che ci siano uomini perfetti, se siamo ancora in cammino e se solo nel regno, nel traguardo finale, ci sarà il compimento, la pienezza. Non possiamo perciò illuderci di trovare uomini perfetti. Dobbiamo prima di tutto riconoscere i limiti. Anche quando c'è entusiasmo, anche quando c'è accoglienza di una proposta, riconoscere i limiti che essa contiene. E se non li riconosciamo dire: io son certo che ci sono, li scoprirò vivendo all'interno di questa esperienza.
In secondo luogo Gesù ci indica l'atteggiamento di misericordia: "Non sanno quello che fanno". Sì, inseguono ideali giusti, ma non conoscono ancora i meccanismi di inquinamento, di oppressione, di aggressività. Esercitare misericordia, nei confronti di noi stessi e nei confronti degli altri. Sempre. Questo è essenziale. Gesù l'aveva annunciato tante volte, l'aveva predicato tante volte, l'ha vissuto fin sulla croce: "Perdona, non sanno quello che fanno". Il che vuol dire: la forza di vita può rendere positiva anche questa situazione in cui c'è imperfezione, c'è inadeguatezza.
E infine occorre portare la situazione introducendo dinamiche nuove. Quando ci accorgiamo che ci sono insufficienze e limiti, quando cogliamo l'egoismo che si insinua, la volontà di dominio, ci è chiesto di introdurre dinamiche nuove di amore, di gratuità, di misericordia, di benevolenza. Di Inserirci nelle situazioni, non di fuggire, perché è nella storia che la salvezza si svolge. Il cammino che conduce al Calvario, alla tomba vuota e alla resurrezione è un cammino che si snoda sulle strade degli uomini, non nei cieli: non sono i sentieri degli angeli, ma degli uomini. Occorre camminare allora nella strada degli uomini, assumendo i limiti e le insufficienze, ma introducendo dinamiche nuove.
Come è possibile introdurre dinamiche nuove? Per la forza dello Spirito, la novità che irrompe. La forza creatrice contiene delle ricchezze che ancora non sono state espresse nella storia umana. Questo allora cosa richiede da noi? L'abbandono fiducioso, la vita teologale, il riconoscere Dio come Principio: "Padre, nelle tue mani io rimetto la mia vita".
Questo è il cammino che Gesù ci indica. E questo non è impossibile. Io direi che non è neppure difficile. Una volta che abbiamo accettato la nostra condizione di creature e abbiamo scoperto Dio e viviamo il rapporto con Lui - nelle sue ambiguità, nelle sue limitazioni, certo – il nuovo diventa possibile, perché non siamo più noi ad amare, a realizzare il bene, a introdurre la vita, ma è la Vita che cerca in noi e attraverso di noi spazi per manifestarsi e comunicarsi ai fratelli.
Chiediamo allora oggi al Signore di percorrere in questa settimana il sentiero simbolico che ci è tracciato davanti, per imparare a vivere tutte le situazioni in modo salvifico, positivo, in modo da portare limiti e insufficienze, ma da far risplendere lì, nel luogo della morte, la potenza della vita, nel luogo dell'odio la forza della misericordia.
Lc. 22,14-23,56
La ambiguità che accompagnano la morte di Gesù
5 aprile 1998
La cosa che più colpisce in questi racconti - cominciando da quello centrale nella liturgia di oggi, cioè l'ingresso di Gesù a Gerusalemme e poi quello della passione secondo Luca che abbiamo ascoltato – è l'intreccio delle ambiguità, delle scelte effettuate in nome di Dio, per osservare la legge, per compiere la sua volontà. Dall'una e dall'altra parte: dagli amici e dagli oppositori di Gesù. Il compromesso: si cede per salvare la propria condizione, il proprio potere, per restare in armonia con i potenti. Ecco, la cosa che più colpisce è l’intreccio di ambiguità, condensate in un episodio marginale rispetto alla storia dell'impero romano, ma centrale riguardo alla storia della salvezza.
Come mai tante ambiguità s'intrecciano attorno a un messaggio così fondamentale per la storia umana? Coloro che erano preparati non lo accolgono, non lo riconoscono, disprezzano la proposta che viene fatta; coloro che l'accettano, l'accettano in prospettive completamente diverse da come Gesù la proponeva. Per cui alla fine Gesù si è trovato solo a vivere la propria fedeltà. Sì, alcuni l'hanno seguito ("da lontano", dice Luca), le donne che l'accompagnavano dalla Galilea, ma soprattutto per compassione, per partecipazione a una sofferenza; non è ancora l'assunzione del Vangelo, non è ancora la testimonianza.
Perché mai questo è avvenuto e avviene tuttora, nella nostra vita personale, ecclesiale e sociale?
Nella nostra vita personale, quante volte noi crediamo di fare bene, ci esaminiamo sulle intenzioni e scopriamo poi dai risultati, dalle reazioni, che invece c'erano elementi inquinanti, perversi, nella nostra azione, nelle nostre parole, nelle nostre scelte. E' un destino al quale non possiamo sottrarci?
E a livello ecclesiale e sociale, vediamo benissimo quante discussioni, quanti contrasti: tutti in nome della giustizia, del bene degli ultimi, della difesa dell'armonia sociale, del benessere... Sì, a volte ci sono diversità negli ideali proposti, ma anche quando ci sono gli stessi ideali, si usano le stesse parole, si vogliono perseguire gli stessi traguardi, ci sono scelte contrastanti; per cui spesso i profeti vengono uccisi e quelli che in realtà perseguono la giustizia vengono condannati, in nome della giustizia. E' un'ambiguità a cui non possiamo sottrarci? Come se ne viene fuori?
Prima di tutto chiediamoci come Gesù ha vissuto l'ambiguità che lo attorniava e poi chiediamoci come noi, accompagnando il suo cammino in questa settimana, possiamo vivere tutte le situazioni in modo positivo e salvifico, in modo da crescere come figli di Dio. O potremmo anche dire: in modo da giungere alla morte nella verità della vita. Perché è la morte il criterio ultimo, è lì dove dovranno dissolversi tutte le ambiguità, se vogliamo morire nella verità.
Gesù di fronte alle ambiguità che scopriva intorno a sé.
Come Gesù ha vissuto le ambiguità che scopriva intorno a sé? Chi lo accompagnava aveva altre prospettive, qualcuno pensava perfino di tradirlo, Pietro nel momento decisivo disse persino di non conoscerlo; ed era vero, non aveva accettato ancora per nulla il suo Vangelo.
Gesù come ha vissuto queste ambiguità intorno a sé? Di per sé non le ha condannate, erano una necessità. Le ha portate serenamente, fino a dire: "Perdona loro, non sanno quello che fanno".
Certo, i farisei avevano i loro interessi da difendere, ma difendevano il popolo. Caifa dirà (ce lo ricorda Giovanni): "Ma se la gente va dietro a lui verranno i Romani, distruggeranno il luogo santo; è bene perciò che muoia uno, piuttosto che avvenga tutto questo disastro". E difendeva il luogo sacro, il tempio, la nazione stessa. C'era della sincerità in questo discorso, era un ruolo che svolgeva come sommo sacerdote, ma c'era molta ambiguità perché c'era la difesa del proprio potere, c'era il disinteresse totale per una proposta profetica.
Ci siamo chiesti più volte cosa sarebbe avvenuto se gli ebrei contemporanei di Gesù avessero accettato la sua proposta di riformare la loro religiosità. Come poi è avvenuto nella storia ebraica, perché successivamente, indipendentemente da Gesù, hanno percorso un cammino di purificazione, di sviluppo della loro interiorità, fino a delle forme eccelse di misticismo. Ma se avessero accettato allora la proposta di Gesù cosa sarebbe avvenuto? Non possiamo saperlo.
Non possiamo dire: questi uomini erano perversi. Erano uomini del loro tempo, non accettavano le profezie, le indicazioni della novità di vita. Erano uomini perbene nella loro società, con tutti i limiti della loro società e del loro tempo.
Gesù quindi riconosce l’ambiguità, la porta soffrendo ma con misericordia: "Perdona loro, perché non sanno quello che fanno". Ma non è ancora sufficiente, fa qualcosa di più: assume atteggiamenti che stimoleranno le persone che l'avevano seguito e gli altri che ascolteranno l'annuncio della sua passione e morte e poi della sua resurrezione. Offre stimoli di novità di vita, atteggiamenti nuovi, un nuovo modo di amare, un nuovo modo di perdonare, di esercitare misericordia, cioè manifesta un nuovo volto di Dio.
Era una svolta storica, un passaggio notevole nella comprensione di Dio. Quei passaggi che avvengono anche nella nostra vita, perché anche nella nostra vita ci sono le svolte nell'immagine di Dio: il Dio che ci immaginavamo scompare, appare insignificante. E se continuiamo a vivere la fede, cioè a fare esperienza di fede, una nuova immagine sorge, un nuovo volto. Finché anch'esso scompare, per giungere poi, nella morte, a vivere il silenzio pieno della presenza di Dio, quindi dell'adorazione. E' un cammino che anche noi dobbiamo fare.
Gesù quindi introduce dinamiche nuove con la sua passione, con la sua morte. Avrebbe potuto farlo in altro modo, ma gli uomini l'hanno costretto a farlo lì, nella sofferenza della crocifissione. Avrebbe potuto farlo in un atteggiamento di armonia, di sintonia, di accoglienza, di gioia e se volete di entusiasmo, quello che appare nel racconto dell'ingresso a Gerusalemme: avrebbe potuto continuare a svolgerlo, dissolvendo le ambiguità che quell'entusiasmo conteneva. E' stato costretto dagli uomini, dal compromesso di Pilato, dalla durezza di chi non accettava la sua proposta, a introdurre queste dinamiche nuove in una situazione drammatica di sofferenza e di morte. Ma è riuscito a farlo. "Per questo Dio gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome" (Fil. 2,9).
Noi di fronte alle ambiguità personali e sociali
Anche la nostra vita è piena di ambiguità, non possiamo ritenerci già giunti a perfezione, anche perché il processo della storia e l’evoluzione della nostra specie continua. Nella nostra vita ogni amore contiene elementi di egoismo, di avversione, di odio, di aggressività; ogni scelta che compiamo per il bene, per la giustizia, ha tante componenti che nascono dalla incompiutezza, dal desiderio di emergere, dalla volontà di essere riconosciuti e approvati e così via. Tutte, tutte le nostre azioni contengono ambiguità.
Ma anche i processi storici. Non possiamo pretendere che ci siano processi storici puri, impegni sociali perfetti. Dobbiamo riconoscere che ovunque ci sono ambiguità.
E allora come comportarci, quando scopriamo le nostre ambiguità, quando scopriamo i processi storici ambigui, inquinati, con elementi di oppressione là dove si proclamava la giustizia? Cosa dobbiamo fare?
Io credo che l'atteggiamento di Gesù è in questo senso paradigmatico, è l'indicazione chiara dell'unica via possibile. Prima di tutto dobbiamo riconoscere l'ambiguità che esiste e che dipende dal limite, dal processo in cui siamo inseriti: non abbiamo ancora raggiunto la perfezione. Anche come umanità, non possiamo pretendere che ci siano uomini perfetti, se siamo ancora in cammino e se solo nel regno, nel traguardo finale, ci sarà il compimento, la pienezza. Non possiamo perciò illuderci di trovare uomini perfetti. Dobbiamo prima di tutto riconoscere i limiti. Anche quando c'è entusiasmo, anche quando c'è accoglienza di una proposta, riconoscere i limiti che essa contiene. E se non li riconosciamo dire: io son certo che ci sono, li scoprirò vivendo all'interno di questa esperienza.
In secondo luogo Gesù ci indica l'atteggiamento di misericordia: "Non sanno quello che fanno". Sì, inseguono ideali giusti, ma non conoscono ancora i meccanismi di inquinamento, di oppressione, di aggressività. Esercitare misericordia, nei confronti di noi stessi e nei confronti degli altri. Sempre. Questo è essenziale. Gesù l'aveva annunciato tante volte, l'aveva predicato tante volte, l'ha vissuto fin sulla croce: "Perdona, non sanno quello che fanno". Il che vuol dire: la forza di vita può rendere positiva anche questa situazione in cui c'è imperfezione, c'è inadeguatezza.
E infine occorre portare la situazione introducendo dinamiche nuove. Quando ci accorgiamo che ci sono insufficienze e limiti, quando cogliamo l'egoismo che si insinua, la volontà di dominio, ci è chiesto di introdurre dinamiche nuove di amore, di gratuità, di misericordia, di benevolenza. Di Inserirci nelle situazioni, non di fuggire, perché è nella storia che la salvezza si svolge. Il cammino che conduce al Calvario, alla tomba vuota e alla resurrezione è un cammino che si snoda sulle strade degli uomini, non nei cieli: non sono i sentieri degli angeli, ma degli uomini. Occorre camminare allora nella strada degli uomini, assumendo i limiti e le insufficienze, ma introducendo dinamiche nuove.
Come è possibile introdurre dinamiche nuove? Per la forza dello Spirito, la novità che irrompe. La forza creatrice contiene delle ricchezze che ancora non sono state espresse nella storia umana. Questo allora cosa richiede da noi? L'abbandono fiducioso, la vita teologale, il riconoscere Dio come Principio: "Padre, nelle tue mani io rimetto la mia vita".
Questo è il cammino che Gesù ci indica. E questo non è impossibile. Io direi che non è neppure difficile. Una volta che abbiamo accettato la nostra condizione di creature e abbiamo scoperto Dio e viviamo il rapporto con Lui - nelle sue ambiguità, nelle sue limitazioni, certo – il nuovo diventa possibile, perché non siamo più noi ad amare, a realizzare il bene, a introdurre la vita, ma è la Vita che cerca in noi e attraverso di noi spazi per manifestarsi e comunicarsi ai fratelli.
Chiediamo allora oggi al Signore di percorrere in questa settimana il sentiero simbolico che ci è tracciato davanti, per imparare a vivere tutte le situazioni in modo salvifico, positivo, in modo da portare limiti e insufficienze, ma da far risplendere lì, nel luogo della morte, la potenza della vita, nel luogo dell'odio la forza della misericordia.