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13-Va Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

Va Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

Mt. 5, 13-16

Luce e sale della terra
C'è un filo unico che lega i messaggi delle tre letture: convergono infatti nell'immagine della luce, per cui ci servono per capire bene questa metafora. Poi la metafora del sale ci aiuterà a capire le conseguenze, se non svolgiamo la nostra missione: il sale viene gettato via.
La metafora della luce.

La metafora della luce ci è utile per capire le condizioni per svolgere la missione e qual è il suo contenuto. La luce come tale non si vede, le onde luminose sono al di fuori della nostra portata visiva, noi vediamo gli oggetti illuminati. Essere luce di per sé vuol dire essere invisibili. Noi non siamo la fonte della luce, perché la luce è da Dio, nella metafora usata da Gesù, tanto è vero che dice: "Vedano le vostre opere buone e rendano gloria a Dio". Lui è la fonte, Lui è la luce: è un'immagine nel Nuovo Testamento molto chiara. Anzi, nella prima lettera di Giovanni c'è proprio questa affermazione: "Dio è luce e in Lui non ci sono tenebre" (I Gv.1,5). Noi possiamo essere l'ambito dove la luce è riflessa, dove la luce si trasmette.
E dove va la luce, dove illumina? E quali sono le condizioni perché la luce che passa filtri senza resistenze e pervenga là dove vuole illuminare? Ecco, le letture ci indicano con chiarezza queste due componenti della metafora: la luce illumina gli ambiti oscuri e richiede trasparenza interiore.

La luce illumina gli ambiti oscuri.

La prima lettura elenca proprio gli ambiti dove la luce deve pervenire: è un testo del Deuteroisaia. Voi sapete che a Gesù era molto caro questo profeta dell'esilio, che aveva raccolto diversi scritti e li aveva aggiunti al libro del profeta Isaia. Gesù ha maturato la sua scelta messianica proprio sulla falsariga di questo profeta: molte delle proposte fatte da Gesù sono lo sviluppo intuizioni del profeta dell'esilio, di cui non sappiamo neppure il nome, ma che ha scritto parole luminose. Spezza il tuo pane con l'affamato, introduci in casa tua i miseri senza tetto, vesti chi è nudo (cfr Is 58, v. 7). “Allora la tua luce sorgerà come l'aurora" Is 58,8). "Se toglierai in mezzo a te l'oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se offrirai il pane all'affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua oscurità sarà come il meriggio” (Is 58, 9-10).
È molto chiaro questo discorso: la luce deve pervenire là dove c'è miseria, dove c'è oppressione, dove c'è morte, dove c'è persecuzione. Gesù tradurrà molto bene tutto questo nelle beatitudini che abbiamo ascoltato domenica scorsa. E le beatitudini, l’abbiamo visto, indicano proprio gli ambiti verso i quali l'azione di Dio è rivolta, verso i quali quindi la luce deve risplendere.
E’ evidente che questo vale soprattutto per l'aspetto sociale, per l'ambito dei rapporti. D'altra parte, al Deuteroisaia interessava soprattutto la vita del popolo che ricominciava dopo l'esilio e indicava quindi le condizioni per lo sviluppo. Voi sapete che nella concezione antica le singole persone non avevano molta importanza. A quel tempo importante era il popolo.
Noi oggi spesso leggiamo queste espressioni in chiave soprattutto individualista, perché la nostra cultura ha accentuato fortemente questo aspetto ma dobbiamo capire che la funzione originaria fondamentale è l'intreccio dei rapporti che fanno crescere le persone. Quindi è in questa chiave che dobbiamo capire l’annuncio evangelico: l'affamato, il perseguitato, il povero, l'emarginato costituiscono un male di tutta la società, per cui l'impegno di dedicare la propria vita agli ultimi, ai poveri e agli emarginati è per il bene di tutti.
E' il capovolgimento del principio secondo cui se tutti i singoli perseguono il loro interesse ne deriva il bene comune. Non è così: è il bene della comunità che diventa il bene di tutti. Ma se io curo solo il mio bene, se io mi interesso solo della mia comodità, della mia ricchezza, io opero contro il bene comune e quindi poi tutto si riversa sui più deboli, i più incerti, i più emarginati. Per questo l'azione salvifica, come abbiamo visto domenica scorsa nelle beatitudini, è rivolta agli ultimi, ai poveri.
Quindi la luce deve essere rivolta là dove ci sono tenebre, dove c'è ingiustizia, dove c'è oppressione.

La condizione perché la luce illumini: essere trasparenza dell’azione di Dio.

Ma qual è la condizione perché questo si realizzi? Noi saremmo tentati di dire che la condizione è fare opere buone, fare delle scelte a favore degli ultimi, dei poveri ... Questo non è ancora sufficiente, ci vogliono delle condizioni soggettive che la metafora della luce mette in chiaro. Nella seconda lettura Paolo, partendo proprio dalla sua esperienza, indica un aspetto importante di queste condizioni, che Gesù chiarisce nel Vangelo in un modo più completo. Paolo parla della sua esperienza nella comunità di Corinto, una comunità molto eterogenea e disordinata perché esistevano contrasti e infedeltà. Corinto era una città nuova, commerciale, dove proliferavano vizi e ingiustizie; e anche i cristiani subivano l'influsso dell'ambiente. Paolo, richiamandosi proprio alla sua esperienza, dice: “io venni a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza" (1 Cor. 2, 3-4).
Ecco: la nostra azione deve essere una manifestazione, un'epifania. Questo è il primo rischio fondamentale di ogni attività buona che possiamo svolgere. Il rischio primo che risiede in ogni attività buona è quello di non essere manifestazione di Dio. Gesù questa necessità la sottolinea in modo chiaro quando conclude: "vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli". Cioè: non vedano voi, ma attraverso le vostre opere vedano Dio. Questo è 'rendere gloria a Dio'.
Questo è un principio che Gesù seguiva sempre: ricordate quando si presenta il lebbroso guarito. Gesù dice: "Come, è tornato solo questo a rendere gloria a Dio?". Non "a ringraziare me", ma "a rendere gloria a Dio". Per questo Gesù non voleva essere detto buono, perché non era lui la fonte: il Padre era la luce. "Dio è luce e in lui non ci sono tenebre", ripeterà appunto Giovanni, richiamandosi all'esperienza di Gesù.
Allora la condizione è essere trasparenti, cioè diventare manifestazione, far percepire l'Altro nel compiere il nostro servizio.
Questo è un punto molto delicato ed è l'espressione di una maturità spirituale. Perché noi tutti cominciamo la vita con l'atteggiamento opposto. Quando veniamo al mondo, siccome non siamo nulla, dobbiamo necessariamente dare l'illusione di essere. Comincia già a due anni il gioco, quando le due parti del cervello riescono a comunicare tra loro e quindi ci sono atteggiamenti che cominciano ad assumere un aspetto umano, cioè mentale. Per questo dopo i due anni cominciano anche gli atteggiamenti falsi. Avviene ancora istintivamente tutto questo.
Noi dunque cominciamo la vita nell'illusione e quindi anche nell'inganno, nella doppiezza. Non è un male, è una necessità. Il problema è che non può restare così, perché dobbiamo terminare la vita nella chiarezza, nella trasparenza, nell'identità: diventiamo finalmente, siamo quello che dovremo essere definitivamente, per sempre, così da poter acquistare un nome eterno, il nome dei figli.
Il cammino si realizza lungo l’esistenza, attraverso una trasformazione che è diventare trasparenti all'azione di Dio. Ireneo, lo sapete, riassume con una formula molto efficace questo cammino: "L'uomo vivente è gloria di Dio". Cioè noi diventiamo viventi nella misura in cui siamo divini, in cui consentiamo all'azione di Dio di diventare noi, di diventare struttura della nostra persona. Per questo diventiamo figli di Dio: perché la sua azione si esprime in noi.
Conseguentemente diventare figli richiede la trasparenza, dobbiamo non illuderci di essere noi la fonte di quello che siamo: di non essere noi la verità dei pensieri, di non essere noi il bene che si esprime nell’amore, di non essere noi la giustizia che tentiamo di introdurre nei progetti, di non essere noi la ricchezza di vita che si esprime nella fraternità, nella comunione con gli altri. Questa illusione deve cadere definitivamente: noi non siamo la vita, il bene, la verità, la giustizia... siamo solo il riflesso di una Realtà molto più grande.
Quando cominciamo a vivere con consapevolezza, allora non ci mettiamo al centro, non andiamo alla ricerca del riconoscimento, della gloria, dell'approvazione, della stima degli altri: siamo trasparenti a qualcosa che è più grande di noi. Allora riusciamo a presentarci agli altri mostrando non il nostro viso, ma il Volto, pronunciando il Nome, che non è il nostro. Facciamo risuonare una parola che non ci appartiene, esprimiamo una ricchezza di vita che ci è continuamente donata.
Tutto ciò richiede che noi siamo continuamente consapevoli della nostra condizione. Rendercene conto per un momento non basta. Se ci fermiamo in un momento di meditazione ci rendiamo conto di questo fatto esso diventa emozione, stato d'animo, abbandono fiducioso in Dio. Ma spesso è solo un momento. Poi, quando cominciamo la nostra vita 'normale', ci poniamo ancora al centro: noi facciamo il bene, noi diciamo il vero, noi abbiamo avuto un'intuizione formidabile, che gli altri devono riconoscere… Tutto ritorna, perché le connessioni che si sono stabilite fin dall'inizio tra i nostri neuroni restano a lungo, a meno che esperienze successive ripetute stabiliscano nuove connessioni. Solo allora subentrano altri atteggiamenti: di riconoscimento, di misericordia, di trasparenza all'azione di Dio.
Questo possiamo farlo sempre, perché fino alla fine della vita possiamo stabilire connessioni nuove. La preghiera che noi facciamo qui insieme ha questo scopo: riuscire a fare esperienza di come l'azione di Dio possa esprimersi in modo diverso, possa diventare benevolenza, misericordia, perdono. Ripetendo più volte la stessa esperienza stabiliamo connessioni nuove e il nostro atteggiamento si prolunga quando torniamo in casa, quando subiamo una piccola sconfitta, quando riceviamo un'umiliazione, quando compiamo un'opera buona. Per cui non siamo più noi al centro, riveliamo un Altro mentre operiamo.
Non è sufficiente la spiritualità dell'intenzione, per cui alcuni dicono: “io all'inizio di ogni giorno metto l'intenzione di fare tutto a gloria di Dio. Lo metto fin dall'inizio, anche se non ci penso più, le cose funzionano lo stesso”. Non è così, perché se esco da quella attitudine interiore non sono più trasparente, anche se faccio un'opera buona non è più a gloria di Dio, ma cerco la mia gloria, cerco la gratificazione. E allora è chiaro che tutto è capovolto: non rivelo più Dio.
Vedete l'importanza di sviluppare attitudini interiori per compiere tutto come epifania, per poter dire, come diceva appunto Paolo: "Il mio messaggio non si è basato su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza" (1 Cor 2,7).

Per poterlo ripetere in verità è necessario vivere nella consapevolezza di non essere noi il principio e nell'accoglienza dell'azione di Dio, della sua luce. Perché noi non siamo luce e se non ci lasciamo penetrare dalla sua luce, dalla sua azione, non può venire nulla da noi se non i risultati della nostra potenza, della nostra intelligenza, che sono precari e transitori perché non fluiscono da Dio.
Di qui l'importanza dei momenti di preghiera per ritornare nella sintonia dell'ascolto-accoglienza della parola-azione di Dio e per ristabilire atteggiamento trasparente o epifanico. Allora tutto fluisce, perché l'azione di Dio è sempre presente.


La metafora del sale.

Quando invece non si percorre il cammino interiore cosa avviene? Gesù lo dice nel Vangelo con la metafora del sale in un modo molto efficace: se non ha più sapore non serve a nulla, deve essere buttato via e calpestato. O nel capitolo 7 del Vangelo di Matteo quella espressione: "Non vi ho mai conosciuti, operatori di iniquità" (Mt.7,23). Non siete diventati attraverso ciò che avete fatto, non avete acquisito il nome, non avete il volto dei figli. E ricordate, lì si riferisce all'annunciare delle profezie, al compiere dei miracoli, al cacciare dei demoni. Non sono cose cattive, ma sono iniquità, perché compiute nell'illusione di essere noi il principio e la fonte.

Io credo che di fronte a questo messaggio tutti ci ritroviamo sbagliati, falsi, ambigui, cominciando da me. Tutti certamente abbiamo la necessità di invocare la luce dal Signore per capire bene le nostre tortuosità interiori, le nostre ambiguità di vita. Con fiducia. Non dobbiamo scoraggiarci di questa scoperta. Non ci deve condurre allo sconforto o alla disperazione, ma alla fiducia: perché c'è la luce, c'è la fonte, perché Dio ci investe col suo amore.
Rinnoviamo perciò il nostro atteggiamento di abbandono fiducioso al Signore: "Tu sei, Tu puoi, mi affido alle tue mani. Perché tutto il resto della mia vita è fugace e insensato, solo quello che viene da Te, o Signore, resta per sempre".
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