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05-V domenica di quaresima anno C

V Domenica di Quaresima - Anno C

Gv. 8, 1-11

Il male si vince portandolo insieme e perdonando

1 aprile 2001


Questo racconto dell’episodio dell’adultera è di una plasticità straordinaria, è facile visualizzarlo molto bene nelle sue diverse fasi.
Per capire bene l’insegnamento di Gesù e coglierne il valore trasgressivo è necessario ricordare che la legge ordinava di uccidere gli adulteri. C’era infatti la concezione che il male di una società si elimina eliminando chi lo commette. Anche Mosè, nel Deuteronomio, comandando di uccidere alcuni delinquenti, aveva detto: “per togliere il male di mezzo a Israele”.
Dobbiamo ricordare anche che in quei giorni (era l’ultima settimana della vita di Gesù) i capi del popolo stavano raccogliendo accuse contro di lui. Erano accuse di tipo prevalentemente politico, ma che nascevano da atteggiamenti religiosi. Gli scribi e i farisei, che avevano portato la donna adultera davanti a Gesù, conoscevano bene la sua posizione nei confronti della legge mosaica: modificarla dall’interno, cogliendone il valore, ma adattandola alla maturazione della coscienza che nel frattempo era avvenuta e soprattutto a quell’immagine nuova di Dio che egli proponeva. Quindi gli portano l’adultera con il preciso scopo di metterlo in difficoltà e di avere di che accusarlo.
Gesù sapeva che stavano tramando contro di lui e che cercavano di prenderlo, così, pur avendo degli amici in città, ogni sera usciva da Gerusalemme e si recava sul Monte degli Ulivi, che era fuori delle mura, e dormiva là con i suoi discepoli. A volte procedeva oltre e arrivava fino a Betania, dove c’erano Marta, Maria e Lazzaro. Poi al mattino tornava in città. Quindi era un periodo drammatico per Gesù.


Il male si elimina portandolo.

Messo di fronte all’adultera, Gesù segue il criterio fondamentale che costituiva il centro del suo messaggio: la novità possibile. Ed è significativo che nella prima lettura, un brano del Deuteroisaia, un autore del tempo del ritorno dall’esilio nel 537, si parli della novità di vita nella storia umana: “Ecco, sto facendo una cosa nuova; proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is. 43, 19). Questo era l’atteggiamento costante di Gesù, che parlava appunto di segni dei tempi da imparare a leggere. In Luca - che probabilmente è l’autore di questo racconto, anche se si trova nel Vangelo di Giovanni - c’è proprio questa affermazione di Gesù: “Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo?” (Lc. 12,56).
E’ il richiamo alla valutazione della propria coscienza, ma fondata sull’analisi della situazione, sulla sintonia con l’azione dello Spirito che fa lievitare la coscienza del mondo. Al tempo di Mosè, quando la legge sull’adulterio era stata introdotta, la coscienza non era sufficientemente maturata, oppure ritenevano che non ci fosse altra possibilità, per togliere il male dal popolo, che uccidere chi lo commetteva. Ma Gesù, col suo insegnamento sul perdono e con le scelte che compiva, ha messo in evidenza che questa non solo non è la via per eliminare il male, ma che anzi lo moltiplica.
La via che Gesù propone per eliminare il male è quella di portarlo assieme a colui che l’ha commesso, nella consapevolezza che quel male è l’espressione di un male più profondo in cui tutti siamo coinvolti: non nel senso che tutti siano responsabili di quell’atto, ma che tutti siamo responsabili del male che lì si esprime. Portarlo per Gesù significa immettere nella società atteggiamenti opposti a quelli che il peccatore ha assunto. Questo serve ad annullare le dinamiche distruttrici del male, non l’uccisione di colui che l’ha commesso.
Ma questo insegnamento di Gesù non veniva accettato. Non veniva accettato neppure dai suoi. E del resto ancora oggi quanti sono quelli che vivono realmente questo aspetto del Vangelo? Sì, ci sono dei santi, che consideriamo degni di essere oggetto di imitazione da parte dei fedeli proprio perché sono eccezioni, mentre secondo Gesù quello che è il loro comportamento dovrebbe essere la regola.


L’azione dello Spirito accolta rende possibile la novità.

Perché è possibile una maturazione delle coscienze? Non perché noi siamo migliori degli antichi o perché preghiamo o perché ci raccogliamo insieme a riflettere. Questo non è sufficiente, non siamo noi la ragione della novità. La ragione della novità è la forza creatrice che alimenta la storia umana, cioè l’azione dello Spirito, quando viene accolta. Questo infatti vuol dire credere in Dio: sapere che la forza creatrice contiene delle ricchezze di vita che ancora non si sono espresse, che ancora non sono diventate qualità umane. In Gesù ci è stato indicato questo traguardo di una pienezza di vita che ancora non possediamo. Questo è il contenuto della fede in Dio così come Gesù ce l’ha rivelato.
Allora capite che c’è un fondamento della novità: non è una novità inventata da noi, è una novità accolta. Per cui non si tratta semplicemente di darsi da fare per inventare forme nuove di fraternità, di solidarietà, di giustizia, di pace; si tratta di aprirsi così all’azione di Dio in noi, da consentire che in noi diventi decisione, azione, misericordia. Questo è l’insegnamento primo, radicale, di Gesù: vivere consapevoli dell’azione di Dio in noi, o, come Gesù diceva, della presenza del Padre nella nostra vita. Se manca questa condizione il nostro bene non è produttivo.
I farisei, i sommi sacerdoti, i capi del popolo, si davano da fare per il bene di tutti. Anche quella donna l’avevano portata da Gesù per il bene della società. E stavano cercando di condannare Gesù (e ci riusciranno) perché sembrava un pericolo per Israele, soprattutto per i rapporti con i romani. Caifa lo dirà apertamente: “E’ meglio che muoia uno solo, piuttosto che perisca la nazione intera” (Gv. 11,50). Quindi volevano il bene, si davano da fare per la giustizia, desideravano realizzare la pace del popolo. Ma l’atteggiamento di fondo era sbagliato, pensava Gesù, perché non nasceva da un abbandono fiducioso in Dio, da un’accoglienza della sua azione, da quella che noi possiamo chiamare la vita teologale. La novità di vita che Gesù voleva non poteva venire con le vecchie leggi, applicando il criterio della violenza contro il male. La violenza contro il male è sempre male, è sempre violenza, non può introdurre dinamiche di vita.


Gesù di fronte all’adultera e ai suoi accusatori.

In quella condizione Gesù si è trovato ad affermare questi principi concretamente. Non ha fatto dichiarazioni di principio, che in quella situazione avrebbero potuto solo fornire ulteriori accuse contro di lui. E’ rimasto in silenzio (scriveva per terra… ), ma ha condotto gli accusatori a prendere atto delle loro responsabilità. Questo è stato lo stratagemma di Gesù, anche dal punto di vista pedagogico, perché ha fatto prendere coscienza a quella gente che lapidare l’adultera non era la via da seguire. Che cosa ha sottolineato?

Il male profondo in cui tutti sono coinvolti.
Primo: che il male che imputavano alla donna era espressione di un male più profondo, in cui tutti erano coinvolti. Questo oggi lo comprendiamo molto meglio, perché le scienze umane, la sociologia, l’antropologia culturale hanno messo in luce chiaramente questi influssi profondi, per cui ci sono dei mali che scoppiano in modo radicale - soprattutto nelle persone più deboli, più impreparate, più facilmente condizionabili - che sono espressione di un male più profondo, diffuso in tutta la società.
Per questo Gesù in quella situazione è ricorso alla legge, che diceva che i primi a lanciare le pietre dovevano essere i testimoni del delitto, prendendosi così la responsabilità della lapidazione. Allora potremmo tradurre così le parole di Gesù: “Se la ragione della legge è eliminare il male, allora voi lanciate le pietre, se siete senza il male. Altrimenti quel gesto che fate sarà espressione del male che avete dentro e servirà solo a moltiplicare il male che già c’è nella società e che si è espresso nell’adulterio di questa donna”.
Questo è il richiamo all’interiorità che Gesù faceva continuamente e che la legge invece non considerava. Gesù coglie il valore, lo spirito della legge e così si salvaguarda dall’accusa di essere trasgressore della legge di Mosè.

Il significato del perdono.
Seconda affermazione, cioè dottrina che Gesù esprime attraverso quella scelta, è quella del significato del perdono: perdonare non significa non ricordare il male o non riconoscere la responsabilità, ma significa avvolgere di amore e di misericordia il peccatore, perché emerga dal suo male: “Neppure io ti condanno. Va’ e non peccare più”.
C’è tutta la tenerezza del suo amore in quelle parole di Gesù. Io non sono in grado di ripeterle come Gesù le ha dette, ma sarebbe importante che noi riuscissimo, nella sintonia con la sua sensibilità, a farle risuonare dentro di noi con la tenerezza con cui Gesù quel giorno le ha pronunciate: “Va’ e non peccare più”. Vuol dire: “Puoi essere nuova, puoi cominciare da capo il tuo cammino, perché ti comunico l’amore di Dio, ti faccio sentire la forza della sua misericordia”. Gesù era consapevole di questo fatto, sempre lo diceva: “Io non faccio nulla da me stesso, è il Padre che compie in me le sue opere” (Gv. 14,10).

Gesù ha affidato ai suoi discepoli questo compito di esprimere nei loro gesti e nelle loro parole la novità di vita che emerge dall’azione di Dio. Anzi, ha detto: “Farete cose più grandi di quelle che ho fatto io” (Gv.14,12).
Più grandi, certo: Gesù si trovava di fonte ad un’adultera, oggi ci troviamo di fronte a mali immensi, diffusi, profondi, di cui l’umanità soffre. Spesso siamo tentati di dire: “Non c’è nulla da fare, il male è troppo forte, è troppo radicato”. Se cedessimo a questa tentazione mostreremmo di non credere alla potenza della grazia, alla forza della vita che ha superato bufere molto più gravi di quelle che ora stiamo vivendo. La vita finora ha sempre trionfato. Ma è affidata alle nostre deboli mani, alle nostre fragili intenzioni, alle nostre volontà spesso contraddittorie.
Rafforziamo oggi nella preghiera il nostro desiderio di continuare il cammino di Gesù. Paolo diceva - l’abbiamo sentito nella seconda lettura (Fil.3, 8-14) - di “conoscere il suo pensiero”, cioè di giungere a vivere vibrando della sua sensibilità, del suo amore, della sua tenerezza.
Chiediamo al Signore di essere in grado di vibrare così anche noi, in modo che quando ci troviamo di fronte al male sappiamo immettere anche noi una forza nuova, sappiamo dire anche noi una parola che crea: “Va’ e non peccare più. Ti sono accanto. L’amore di Dio ti perviene attraverso le mie parole e i miei gesti”.
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