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lunedì-venerdì: 10.00 - 12.30 , 16.00 - 19.00
sabato e prefestivi: 10.00 - 12.30
domenica e festivi: chiusa
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lunedì-venerdì:17.00 - 19.00
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07-Maria Madre di Dio – Messaggio di pace 2017
Maria Madre di Dio – Anno A
Mt. 2, 13-15; 19-23
Conservava nel suo cuore.
Non-violenza. Messaggio pace 2017
Prima di presentarvi una breve riflessione sul tema della Pace, voglio richiamarvi l’icona di Maria in contemplazione o in preghiera continua, così come Luca la ritrae in un versetto semplice del Vangelo: “Maria da parte sua custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (2,19 cfr 2, 51b).
Meditare sulle esperienze che compiamo.
Quello di Maria non è un semplice atteggiamento religioso, ma è uno stile globale di vita. Potremmo dire che è religioso in profondità: è la possibilità di portare con sé il passato. Noi non lo possiamo perdere, il passato; quando lo perdiamo, ci sfugge qualcosa di noi. Custodire le cose vissute, le esperienze compiute, meditandole nel proprio cuore, è la condizione per vivere intensamente ogni giorno. All’inizio di questo anno civile possiamo scambiarci l’augurio di sapere conservare le esperienze compiute, meditandole nel nostro cuore.
Anche le esperienze negative debbono essere conservate nel cuore, per redimerle. Non possono essere disperse lungo il cammino, buttate via o rimosse, perché in realtà è un inganno, non possiamo perdere a brandelli la nostra vita lungo il cammino del tempo, dobbiamo raccogliere continuamente il nostro passato. La condizione per farlo è di serbare le cose nel cuore, meditandole. Serbarle significa farne memoria, trattenerle dentro di noi; e meditarle significa purificarle continuamente alla luce di Dio che è presente sempre nella nostra vita.
Questo è il modo per valorizzare le esperienze positive. Perché non c’è nessuna esperienza positiva che sia chiusa in se stessa, che si esaurisca col tempo che la contiene: tutte le esperienze positive contengono dei richiami al futuro, sono piene di promesse sempre, perché noi siamo tempo.
La possibilità che le promesse si compiano sta nel fatto che in azione nella nostra piccola storia c’è una forza più grande, c’è una presenza immensa, cioè c’è una ricchezza che cerca di esprimersi in noi e per questo si sviluppa in un futuro, perché non possiamo raccogliere il bene compiutamente, in un modo istantaneo, in una sola situazione. Per questo ogni esperienza positiva che compiamo è protesa al futuro. Per questo deve essere conservata ‘meditando’, cioè cogliendo le dinamiche che mette in moto e alimentando quindi lo sviluppo che esse contengono e che promettono.
Per le esperienze negative il processo è diverso, ma richiede ugualmente di conservarle nel cuore e di meditarle. Conservarle nel cuore per poter recuperare il dono che abbiamo trascurato facendo il male, ciò che non abbiamo vissuto, per poterlo accogliere nel tempo successivo. Per questo noi cominciamo sempre tutte le preghiere ricordando il nostro peccato: non per piangere o per flagellarci di fronte a Dio, ma per recuperare il dono che abbiamo trascurato. Meditare sul nostro peccato significa ascoltare la parola che non abbiamo udito nel passato per il fragore illusorio delle cose: ascoltarla ora per la prima volta in modo anche più ricco e profondo. Questo è il recupero del passato, è la purificazione della memoria, o se volete la riconciliazione con noi stessi. Perché se non viviamo completamente riconciliati col nostro passato noi viviamo divisi, disarmonici.
Il recupero del passato diventa sempre più esigente, man mano che il tempo passa. Arriva il momento in cui il passato è più lungo del futuro e quindi il recupero del passato è più urgente e più ampio e profondo della speranza da sviluppare. La speranza da sviluppare ormai ha poco spazio nel tempo che rimane, per noi vecchi. Invece il recupero del passato diventa sempre più lungo, l'esigenza del suo recupero sempre più profonda. Per questo più passa il tempo, più abbiamo bisogno di riconciliazione. Anche il recupero del passato non avviene in un istante, richiede un lungo esercizio, anzi quello che ci è sembrato di aver già ricuperato completamente, in una fase successiva ci appare ancora da ricuperare. Perché più viviamo, più ampliamo la capacità di accoglienza e più ci accorgiamo dei doni trascurati. Per questo la consapevolezza del male aumenta man mano che passa il tempo: non solo perché commettiamo più peccati, ma soprattutto perché comprendiamo con maggiore chiarezza il peccato del passato, ne vediamo con maggiore lucidità le resistenze e i rifiuti. Prima non li avvertivamo neppure, perché molti sono stati inconsapevoli. Non sono sempre peccati, in senso proprio, ma sono stati il male della nostra vita, da ricuperare ugualmente.
Capite allora perché questa icona di Maria in contemplazione – “conservava queste cose nel suo cuore meditandole” – diventa il paradigma della nostra vita spirituale. Dobbiamo continuamente alimentarci nella memoria purificandola e redimendo quindi tutto il tempo che abbiamo vissuto, per poter vivere intensamente il nostro presente e svolgere la missione che la vita ci affida.
Il messaggio del Papa per la Giornata della Pace.
Nel 2017 il messaggio per la giornata della pace giunge al suo 50mo anno, ha come tema “La nonviolenza: stile di una politica per la pace”. Citando Paolo VI e il primo Messaggio per la Pace del 1968, Francesco mette in guardia dal “pericolo di credere che le controversie internazionali non siano risolvibili per le vie della ragione, cioè delle trattative fondate sul diritto, la giustizia, l’equità, ma solo per quelle delle forze deterrenti e micidiali” (n. 1 (si legge in www.vatican.va).
Aggiungo una parte del commento dell’amico Enrico Peyretti al messaggio del Papa.
“Il testo di papa Francesco non è solo una giusta esortazione alla pace, ma indica la nonviolenza interiore, attiva e politica come via alla pace.
Questo messaggio di papa Francesco, oltre la nota freschezza e chiarezza del linguaggio, mi pare che abbia l’importanza di un passo storico. Non è solo una giusta esortazione alla pace, ma indica la nonviolenza interiore, attiva e politica come via alla pace. È anche importante che in un documento di questa levatura la parola sia scritta unita (nonviolenza) e non staccata (non violenza), per esprimerne il carattere positivo e non solo negativo. Non si tratta tanto di non fare violenza, quanto di gestire i conflitti naturali della vita con forze umane costruttive. Francesco sottolinea il carattere attivo e costruttivo della linea culturale-morale-politica nonviolenta.
Nessuno può dirsi nonviolento, neppure Gandhi. Una volta egli si chiese: «Ho io in me la nonviolenza dei forti? Solo la mia morte lo mostrerà. Se qualcuno mi uccidesse e io morissi con una preghiera per il mio assassino sulle labbra, e il ricordo di Dio e la consapevolezza della sua viva presenza nel santuario del mio cuore, allora soltanto si potrà dire che ho la nonviolenza dei forti»1. Gandhi morì così, da santo: aveva la nonviolenza del forte. Ma noi, se non abbiamo una fede così grande, ci diciamo soltanto, come Aldo Capitini, «amici della nonviolenza», che cerchiamo e studiamo.
Papa Francesco assume e propone questo concetto dinamico, euristico, della nonviolenza: una ricerca, un cammino verso la pace, «l’unica e vera linea dell’umano progresso» (citando Paolo VI, al n. 1 del messaggio). In questo documento il papa raccoglie e sviluppa decisamente lo spirito e la linea tracciata, elaborata e sperimentata da movimenti cristiani e non cristiani, prima e dopo le maggiori pronunce cattoliche nella Pacem in Terris e nel Concilio, e quelle del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Un’ultima espressione importante di questo lavoro di base è l’ “Appello alla Chiesa Cattolica per promuovere la centralità della nonviolenza evangelica”, rivolto dai partecipanti all’incontro su “Nonviolenza e Pace giusta” (Roma, 11-13 aprile 2016, convocato da Pax Christi International, dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, UISG/USG e molte altre organizzazioni cattoliche internazionali). Quell’appello diceva anche: «Noi proponiamo che la Chiesa cattolica sviluppi e prenda in considerazione il passaggio a un approccio di Pace giusta basato sulla nonviolenza evangelica». Francesco risponde anche a questo appello. Il suo ministero cattolico si avvale anche della collaborazione dei laici cattolici e non cattolici.
La pace giusta
Il concetto di “pace giusta”, basata sulla giustizia, sta sostituendo positivamente l’antico concetto di “guerra giusta”, o meglio giustificata a determinate condizioni, che per secoli è stato centrale nella riflessione morale cristiana sulla guerra, e abusato dalla volontà di potenza di sovrani e stati. La nonviolenza è stata a lungo vista come virtù personale – e certamente lo è, come ribadisce papa Francesco in questo messaggio, perché tutto comincia dal cuore – ma estranea alla politica, consegnata alla volontà di successo con ogni mezzo. La cultura della pace dell’ultimo secolo compie proprio il passaggio dalla mitezza privata alla nonviolenza attiva come carattere della politica giusta. E papa Francesco si pone esattamente in questa evoluzione di cultura e di etica politica , con l’indicare la nonviolenza come “stile” di una politica che lavori per la pace, per l’umanizzazione, per il bene comune e per la stessa sopravvivenza dell’umanità.
La nonviolenza positiva si esercita nei rapporti interpersonali, sociali, internazionali. Come nei conflitti micro, così anche nei meso e macroconflitti, tutti possono essere protagonisti, e non solo chi – stati, eserciti, potenze – ha forze materiali tremende per decidere e imporre soluzioni. Persino le vittime, dice Francesco! «Quando sanno resistere alla tentazione della vendetta, le vittime della violenza possono essere i protagonisti più credibili di processi nonviolenti di costruzione della pace» (n.1 del testo). La loro forza è la forza della coscienza e dell’unità umana, che certamente ha bisogno di consapevolezza, cioè educazione e cultura, ha bisogno di coraggio, sostenuto dai cooperatori e dal clima morale, come hanno saputo fare i leaders citati dal papa nelle lotte nonviolente, più convenienti ed efficaci delle guerre e rivoluzioni armate. Qui possiamo ricordare che su 323 rivoluzioni del secolo XX, quelle nonviolente sono state un centinaio, e hanno avuto successo al 53%; quelle violente, invece, al 26%. Nel periodo 1975-2002, sono state 47 le rivoluzioni nonviolente, o per lo più non violente; su 18 condotte da forze nonviolente e coese, 17 hanno vinto e una sola ha avuto un successo parziale.
Nella “guerra mondiale a pezzi”, si chiede il papa, siamo oggi più consapevoli o più assuefatti? C’è oggi meno violenza di ieri? Quest’ultima è la tesi ottimistica di Steven Pinker. A questa tesi porta una correzione importante Giuliano Pontara, maestro negli studi gandhiani: «Pinker calcola la violenza di una guerra in relazione alla popolazione mondiale al tempo in cui la guerra avviene» e così la peggiore atrocità risulta per lui un’antica guerra civile cinese, nell’ottavo secolo, che fece 36 milioni di morti, pari a un sesto della popolazione mondiale stimata di allora. Ma la misura oggi comunemente impiegata, più aderente, per calcolare la violenza di una guerra è il numero di morti all’anno su centomila persone: con questa misura «la seconda guerra mondiale risulta essere la guerra più violenta sinora verificatasi sul pianeta». Se si calcolano anche i lunghi effetti collaterali sugli innocenti e sull’ambiente «la guerra è oggi moralmente ingiustificabile».
Perciò, nessun ottimismo, e invece tutto l’allarme che Francesco ripete sulla guerra mondiale fatta di varie guerre in corso nel mondo, causate dalla volontà di dominio e di speculazione.
L’illusione delle armi
A che scopo la grande violenza militare? Permette forse di raggiungere obiettivi di valore duraturo? Tutto quello che ottiene è scatenare rappresaglie e spirali di conflitti letali, e enormi sofferenze e danni, ma benefici solo a pochi “signori della guerra”, dice chiaramente il papa (cfr n. 2). «Grandi quantità di risorse sono destinate a scopi militari e sottratte alle esigenze quotidiane (…) della grande maggioranza degli abitanti del mondo» (n. 2). «La forza delle armi è ingannevole» (n. 4).
Il pensiero della pace, da sempre (Erasmo, Kant, Simone Weil, …), denuncia la tragica illusione che le armi omicide possano ottenere vera difesa, liberazione e giustizia. Le armi comportano un alto rischio di disumanizzazione per chi le usa, sia pure come tragica necessità contro una più grave violenza. Le armi, o stabiliscono al potere nuovi violenti, o impegnano ad un lungo lavoro di purificazione chi si è sentito obbligato dalla situazione ad usarle. Il cammino della nonviolenza non condanna, per esempio, la Resistenza al nazifascismo, anzitutto perché fu in gran parte una alta reazione morale, con mezzi nonviolenti, e non fu unicamente armata, e poi perché è progredita la coscienza ed è cresciuta la conoscenza dei metodi e delle esperienze nonviolente . «Se facessimo la resistenza come l’abbiamo fatta ieri, con l’animo di oggi, saremmo in peccato» scriveva già nei primi anni ’50 Primo Mazzolari”
Chiediamo al Signore di essere in grado di accogliere la benedizione di Dio, per diventare nel mondo, come figli suoi, testimoni del suo amore non violento.
Mt. 2, 13-15; 19-23
Conservava nel suo cuore.
Non-violenza. Messaggio pace 2017
Prima di presentarvi una breve riflessione sul tema della Pace, voglio richiamarvi l’icona di Maria in contemplazione o in preghiera continua, così come Luca la ritrae in un versetto semplice del Vangelo: “Maria da parte sua custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (2,19 cfr 2, 51b).
Meditare sulle esperienze che compiamo.
Quello di Maria non è un semplice atteggiamento religioso, ma è uno stile globale di vita. Potremmo dire che è religioso in profondità: è la possibilità di portare con sé il passato. Noi non lo possiamo perdere, il passato; quando lo perdiamo, ci sfugge qualcosa di noi. Custodire le cose vissute, le esperienze compiute, meditandole nel proprio cuore, è la condizione per vivere intensamente ogni giorno. All’inizio di questo anno civile possiamo scambiarci l’augurio di sapere conservare le esperienze compiute, meditandole nel nostro cuore.
Anche le esperienze negative debbono essere conservate nel cuore, per redimerle. Non possono essere disperse lungo il cammino, buttate via o rimosse, perché in realtà è un inganno, non possiamo perdere a brandelli la nostra vita lungo il cammino del tempo, dobbiamo raccogliere continuamente il nostro passato. La condizione per farlo è di serbare le cose nel cuore, meditandole. Serbarle significa farne memoria, trattenerle dentro di noi; e meditarle significa purificarle continuamente alla luce di Dio che è presente sempre nella nostra vita.
Questo è il modo per valorizzare le esperienze positive. Perché non c’è nessuna esperienza positiva che sia chiusa in se stessa, che si esaurisca col tempo che la contiene: tutte le esperienze positive contengono dei richiami al futuro, sono piene di promesse sempre, perché noi siamo tempo.
La possibilità che le promesse si compiano sta nel fatto che in azione nella nostra piccola storia c’è una forza più grande, c’è una presenza immensa, cioè c’è una ricchezza che cerca di esprimersi in noi e per questo si sviluppa in un futuro, perché non possiamo raccogliere il bene compiutamente, in un modo istantaneo, in una sola situazione. Per questo ogni esperienza positiva che compiamo è protesa al futuro. Per questo deve essere conservata ‘meditando’, cioè cogliendo le dinamiche che mette in moto e alimentando quindi lo sviluppo che esse contengono e che promettono.
Per le esperienze negative il processo è diverso, ma richiede ugualmente di conservarle nel cuore e di meditarle. Conservarle nel cuore per poter recuperare il dono che abbiamo trascurato facendo il male, ciò che non abbiamo vissuto, per poterlo accogliere nel tempo successivo. Per questo noi cominciamo sempre tutte le preghiere ricordando il nostro peccato: non per piangere o per flagellarci di fronte a Dio, ma per recuperare il dono che abbiamo trascurato. Meditare sul nostro peccato significa ascoltare la parola che non abbiamo udito nel passato per il fragore illusorio delle cose: ascoltarla ora per la prima volta in modo anche più ricco e profondo. Questo è il recupero del passato, è la purificazione della memoria, o se volete la riconciliazione con noi stessi. Perché se non viviamo completamente riconciliati col nostro passato noi viviamo divisi, disarmonici.
Il recupero del passato diventa sempre più esigente, man mano che il tempo passa. Arriva il momento in cui il passato è più lungo del futuro e quindi il recupero del passato è più urgente e più ampio e profondo della speranza da sviluppare. La speranza da sviluppare ormai ha poco spazio nel tempo che rimane, per noi vecchi. Invece il recupero del passato diventa sempre più lungo, l'esigenza del suo recupero sempre più profonda. Per questo più passa il tempo, più abbiamo bisogno di riconciliazione. Anche il recupero del passato non avviene in un istante, richiede un lungo esercizio, anzi quello che ci è sembrato di aver già ricuperato completamente, in una fase successiva ci appare ancora da ricuperare. Perché più viviamo, più ampliamo la capacità di accoglienza e più ci accorgiamo dei doni trascurati. Per questo la consapevolezza del male aumenta man mano che passa il tempo: non solo perché commettiamo più peccati, ma soprattutto perché comprendiamo con maggiore chiarezza il peccato del passato, ne vediamo con maggiore lucidità le resistenze e i rifiuti. Prima non li avvertivamo neppure, perché molti sono stati inconsapevoli. Non sono sempre peccati, in senso proprio, ma sono stati il male della nostra vita, da ricuperare ugualmente.
Capite allora perché questa icona di Maria in contemplazione – “conservava queste cose nel suo cuore meditandole” – diventa il paradigma della nostra vita spirituale. Dobbiamo continuamente alimentarci nella memoria purificandola e redimendo quindi tutto il tempo che abbiamo vissuto, per poter vivere intensamente il nostro presente e svolgere la missione che la vita ci affida.
Il messaggio del Papa per la Giornata della Pace.
Nel 2017 il messaggio per la giornata della pace giunge al suo 50mo anno, ha come tema “La nonviolenza: stile di una politica per la pace”. Citando Paolo VI e il primo Messaggio per la Pace del 1968, Francesco mette in guardia dal “pericolo di credere che le controversie internazionali non siano risolvibili per le vie della ragione, cioè delle trattative fondate sul diritto, la giustizia, l’equità, ma solo per quelle delle forze deterrenti e micidiali” (n. 1 (si legge in www.vatican.va).
Aggiungo una parte del commento dell’amico Enrico Peyretti al messaggio del Papa.
“Il testo di papa Francesco non è solo una giusta esortazione alla pace, ma indica la nonviolenza interiore, attiva e politica come via alla pace.
Questo messaggio di papa Francesco, oltre la nota freschezza e chiarezza del linguaggio, mi pare che abbia l’importanza di un passo storico. Non è solo una giusta esortazione alla pace, ma indica la nonviolenza interiore, attiva e politica come via alla pace. È anche importante che in un documento di questa levatura la parola sia scritta unita (nonviolenza) e non staccata (non violenza), per esprimerne il carattere positivo e non solo negativo. Non si tratta tanto di non fare violenza, quanto di gestire i conflitti naturali della vita con forze umane costruttive. Francesco sottolinea il carattere attivo e costruttivo della linea culturale-morale-politica nonviolenta.
Nessuno può dirsi nonviolento, neppure Gandhi. Una volta egli si chiese: «Ho io in me la nonviolenza dei forti? Solo la mia morte lo mostrerà. Se qualcuno mi uccidesse e io morissi con una preghiera per il mio assassino sulle labbra, e il ricordo di Dio e la consapevolezza della sua viva presenza nel santuario del mio cuore, allora soltanto si potrà dire che ho la nonviolenza dei forti»1. Gandhi morì così, da santo: aveva la nonviolenza del forte. Ma noi, se non abbiamo una fede così grande, ci diciamo soltanto, come Aldo Capitini, «amici della nonviolenza», che cerchiamo e studiamo.
Papa Francesco assume e propone questo concetto dinamico, euristico, della nonviolenza: una ricerca, un cammino verso la pace, «l’unica e vera linea dell’umano progresso» (citando Paolo VI, al n. 1 del messaggio). In questo documento il papa raccoglie e sviluppa decisamente lo spirito e la linea tracciata, elaborata e sperimentata da movimenti cristiani e non cristiani, prima e dopo le maggiori pronunce cattoliche nella Pacem in Terris e nel Concilio, e quelle del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Un’ultima espressione importante di questo lavoro di base è l’ “Appello alla Chiesa Cattolica per promuovere la centralità della nonviolenza evangelica”, rivolto dai partecipanti all’incontro su “Nonviolenza e Pace giusta” (Roma, 11-13 aprile 2016, convocato da Pax Christi International, dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, UISG/USG e molte altre organizzazioni cattoliche internazionali). Quell’appello diceva anche: «Noi proponiamo che la Chiesa cattolica sviluppi e prenda in considerazione il passaggio a un approccio di Pace giusta basato sulla nonviolenza evangelica». Francesco risponde anche a questo appello. Il suo ministero cattolico si avvale anche della collaborazione dei laici cattolici e non cattolici.
La pace giusta
Il concetto di “pace giusta”, basata sulla giustizia, sta sostituendo positivamente l’antico concetto di “guerra giusta”, o meglio giustificata a determinate condizioni, che per secoli è stato centrale nella riflessione morale cristiana sulla guerra, e abusato dalla volontà di potenza di sovrani e stati. La nonviolenza è stata a lungo vista come virtù personale – e certamente lo è, come ribadisce papa Francesco in questo messaggio, perché tutto comincia dal cuore – ma estranea alla politica, consegnata alla volontà di successo con ogni mezzo. La cultura della pace dell’ultimo secolo compie proprio il passaggio dalla mitezza privata alla nonviolenza attiva come carattere della politica giusta. E papa Francesco si pone esattamente in questa evoluzione di cultura e di etica politica , con l’indicare la nonviolenza come “stile” di una politica che lavori per la pace, per l’umanizzazione, per il bene comune e per la stessa sopravvivenza dell’umanità.
La nonviolenza positiva si esercita nei rapporti interpersonali, sociali, internazionali. Come nei conflitti micro, così anche nei meso e macroconflitti, tutti possono essere protagonisti, e non solo chi – stati, eserciti, potenze – ha forze materiali tremende per decidere e imporre soluzioni. Persino le vittime, dice Francesco! «Quando sanno resistere alla tentazione della vendetta, le vittime della violenza possono essere i protagonisti più credibili di processi nonviolenti di costruzione della pace» (n.1 del testo). La loro forza è la forza della coscienza e dell’unità umana, che certamente ha bisogno di consapevolezza, cioè educazione e cultura, ha bisogno di coraggio, sostenuto dai cooperatori e dal clima morale, come hanno saputo fare i leaders citati dal papa nelle lotte nonviolente, più convenienti ed efficaci delle guerre e rivoluzioni armate. Qui possiamo ricordare che su 323 rivoluzioni del secolo XX, quelle nonviolente sono state un centinaio, e hanno avuto successo al 53%; quelle violente, invece, al 26%. Nel periodo 1975-2002, sono state 47 le rivoluzioni nonviolente, o per lo più non violente; su 18 condotte da forze nonviolente e coese, 17 hanno vinto e una sola ha avuto un successo parziale.
Nella “guerra mondiale a pezzi”, si chiede il papa, siamo oggi più consapevoli o più assuefatti? C’è oggi meno violenza di ieri? Quest’ultima è la tesi ottimistica di Steven Pinker. A questa tesi porta una correzione importante Giuliano Pontara, maestro negli studi gandhiani: «Pinker calcola la violenza di una guerra in relazione alla popolazione mondiale al tempo in cui la guerra avviene» e così la peggiore atrocità risulta per lui un’antica guerra civile cinese, nell’ottavo secolo, che fece 36 milioni di morti, pari a un sesto della popolazione mondiale stimata di allora. Ma la misura oggi comunemente impiegata, più aderente, per calcolare la violenza di una guerra è il numero di morti all’anno su centomila persone: con questa misura «la seconda guerra mondiale risulta essere la guerra più violenta sinora verificatasi sul pianeta». Se si calcolano anche i lunghi effetti collaterali sugli innocenti e sull’ambiente «la guerra è oggi moralmente ingiustificabile».
Perciò, nessun ottimismo, e invece tutto l’allarme che Francesco ripete sulla guerra mondiale fatta di varie guerre in corso nel mondo, causate dalla volontà di dominio e di speculazione.
L’illusione delle armi
A che scopo la grande violenza militare? Permette forse di raggiungere obiettivi di valore duraturo? Tutto quello che ottiene è scatenare rappresaglie e spirali di conflitti letali, e enormi sofferenze e danni, ma benefici solo a pochi “signori della guerra”, dice chiaramente il papa (cfr n. 2). «Grandi quantità di risorse sono destinate a scopi militari e sottratte alle esigenze quotidiane (…) della grande maggioranza degli abitanti del mondo» (n. 2). «La forza delle armi è ingannevole» (n. 4).
Il pensiero della pace, da sempre (Erasmo, Kant, Simone Weil, …), denuncia la tragica illusione che le armi omicide possano ottenere vera difesa, liberazione e giustizia. Le armi comportano un alto rischio di disumanizzazione per chi le usa, sia pure come tragica necessità contro una più grave violenza. Le armi, o stabiliscono al potere nuovi violenti, o impegnano ad un lungo lavoro di purificazione chi si è sentito obbligato dalla situazione ad usarle. Il cammino della nonviolenza non condanna, per esempio, la Resistenza al nazifascismo, anzitutto perché fu in gran parte una alta reazione morale, con mezzi nonviolenti, e non fu unicamente armata, e poi perché è progredita la coscienza ed è cresciuta la conoscenza dei metodi e delle esperienze nonviolente . «Se facessimo la resistenza come l’abbiamo fatta ieri, con l’animo di oggi, saremmo in peccato» scriveva già nei primi anni ’50 Primo Mazzolari”
Chiediamo al Signore di essere in grado di accogliere la benedizione di Dio, per diventare nel mondo, come figli suoi, testimoni del suo amore non violento.