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06-Natale: Messa del Giorno – Anno A
Natale: Messa del Giorno – Anno A
Gv. 1, 1-18
25 dicembre 2001
Nello splendido, straordinario affresco, Giovanni, o l'autore di questo inno alla Parola di Dio, delinea il cammino del Verbo eterno - o meglio, una tappa del cammino, perché finisce lasciando aperto lo sviluppo della storia. E' come se un artista riempisse la parte di una chiesa, per esempio l'abside, e poi lasciasse libero tutto il resto da riempire e ogni generazione completasse l'opera. Questo in realtà avviene.
Ricordo solo che il termine 'verbo', che noi abbiamo utilizzato in una traduzione latineggiante, nell'uso del traduttore corrisponde al 'logos' greco (perché questo testo è scritto in greco, un greco un po' rudimentale, perché non era la lingua originaria di chi ha composto l’ inno), che a sua volta corrispondeva all'ebraico 'dabàr', che è una parola molto densa di significati, indica ‘pensiero’, ‘intenzione’, ‘parola verbale’ e anche ‘azione’. Quindi è la parola che fa, è la parola che crea. Noi non abbiamo un termine corrispondente, dobbiamo dire due, tre parole per indicare i contenuti di questo termine ebraico, perché, come sapete, le lingue antiche avevano poche parole, quindi ogni parola aveva significati molto ampi. Così era di 'dabar' ebraico. Il greco era già più articolato, come pure il latino verbum; le lingue moderne poi hanno una quantità di parole dettagliate, che precisano i diversi aspetti delle esperienze che compiamo.
Nel leggere questo Vangelo ho saltato le due strofe che sono state introdotte successivamente e che si riferiscono all'attività di Giovanni il Battezzatore. Le ho saltate perché rompono l'armonia della descrizione lineare della Parola che è Dio, della Parola creatrice, che diventa ragione di tutte le cose; della Parola che suscita l'umanità, diventa luce e vita per gli uomini; diventa rivelazione ma non viene accolta; le tenebre non l'hanno sopraffatta ma sono rimaste tenebre, in tanti luoghi. Poi viene tra la sua gente, cioè raccoglie un popolo perché diventi testimone nel mondo, ma i suoi non lo accolgono. "A quanti però l'hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio. I quali non da sangue né da volere di carne, ma da Dio sono stati generati": con questa formula l'inno indica lo sviluppo della dimensione spirituale nell'umanità: i molti uomini che nel mondo, ancora prima di Gesù, hanno avviato i sentieri dello spirito, hanno condotto l'umanità a esperienze straordinarie, nella consapevolezza dell'azione di Dio in loro e nella storia umana. Finalmente poi diventa carne, cioè giunge ad esprimersi in umanità: "dalla sua pienezza tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia".
E questa è la nuova tappa ‘grazia su grazia’, che si prolunga lungo i secoli. Noi siamo inseriti in questa storia. E' un nuovo capitolo, come se noi dovessimo delineare l'ultima parte dell'affresco. L'ultima parte per il momento, perché poi verranno le altre generazioni dopo di noi. "Dalla sua pienezza tutti abbiamo accolto".
Ma qui è contenuta anche la tragica responsabilità che noi abbiamo. Perché la forza della Parola eterna, questa energia che ha suscitato il mondo, che ha fatto sorgere la vita, che alimenta la storia degli uomini, oggi ancora rende possibili forme nuove di umanità, di fraternità. Ci sono traguardi nuovi da raggiungere, e la forza esiste già.
Questo è il primo aspetto che il Natale ricorda, che l’inno mette in luce: la Parola è in azione, il Logos divino è in azione.
Ma (e qui è il punto che ci interessa e dà senso della nostra celebrazione) la Parola non può realizzare nulla di nuovo nella creazione e nella storia, ora se non attraverso creature. Perché quello che poteva realizzare nel nulla lo ha già fatto. Ora è attraverso le creature che la perfezione può essere sviluppata. Perché il nulla può accogliere una cosa minima dell'azione di Dio: cosa può accogliere il nulla, che non ha le strutture di interiorizzazione? Quindi le prime forme della realtà creata sono elementari. Poi pian piano, attraverso la loro connessione, attraverso l'energia che si esprime, la creazione diventa sempre più complessa, fino a giungere a quella straordinaria espressione che siamo noi, che è la specie umana.
Ma a questo punto il cammino ancora continua: "Grazia su grazia dalla sua pienezza abbiamo ricevuto". Ma non può esprimersi a questo punto se non ci sono creature umane che, accogliendo la sua parola, ne esprimono le potenzialità ancora inespresse, traducono quindi l'inedito della Parola eterna di Dio. Inedito storico, perché in Dio tutto è già, c'è già pienezza, dalla sua pienezza stiamo ricevendo grazia su grazia. Ma se non ci sono creature che si aprono, che interiorizzano il dono di Dio, non c'è novità nella storia e nella creazione. Per questo noi celebriamo il Natale: per indicare la novità possibile e per disporci a realizzarla.
Vedete dunque i due aspetti: proclamiamo la possibilità, e quindi annunciamo la speranza, ma nello stesso tempo dobbiamo dichiararci disponibili ad accogliere l'azione di Dio, la sua parola, perché in noi fiorisca in novità di vita.
E' questa disponibilità che spesso invece manca, perché gli uomini continuano a seguire i propri istinti, cioè il passato: si fermano alle fasi precedenti della storia, ma la storia ha proceduto, e, "grazia su grazia" è giunta a forme nuove.
Ancora Betlemme, casa della pace, è luogo del contrasto e di divisione. Molti segni confermano l’impossibilità dell’incontro con Dio perché solo incontrando persone umane che Dio si incontra sulla terra. Questa è la legge della incarnazione: l’azione divina si esprime attraverso creature.
Ma questo avviene anche nelle nostre case, avviene nelle nostre città, avviene in tutte le parti del mondo dove ci sono uomini che con la violenza impediscono all'azione di Dio di fiorire in forme nuove di giustizia e di pace, di fraternità e di misericordia.
Il Papa ci ha ricordato che non ci può essere pace senza giustizia, ma che non ci può essere giustizia se non c'è capacità di perdono. E' questo il cammino ora è necessario al mondo. Ormai conosce le strade della pacificazione e della fraternità, ma ancora sono molto pochi coloro che le percorrono senza resistenze, senza i rimpianti del passato, senza i richiami dell'egoismo, del potere, del dominio sugli altri.
Dobbiamo quindi rinunciare a sperare? No certamente, perché la forza creatrice contiene tutte le ricchezze possibili. Dobbiamo solo impegnarci alla fedeltà, per poter diffondere intorno a noi nel mondo la novità oggi possibile. Bastano piccoli gesti: è cominciata con un piccolo gesto l'avventura di Gesù, è cominciata in un luogo solitario, ignoto a tutti. Nessuno ha registrato l'evento, non sappiamo neppure quando è accaduto, né l'ora, né il giorno, né l'anno. Ma che importanza ha, quando nella storia la sua grazia, la forza di vita che egli ha introdotto, ha suscitato un'enorme quantità di santi, una tradizione che ha assunto diverse forme, diverse modalità e che ancora rende possibili una novità di vita per gli uomini?
Siamo disponibili a decidere la nostra fedeltà o siamo qui solo per tradizione, pensando più al nostro benessere che alla storia della salvezza degli uomini? Eppure sappiamo quanto il mondo oggi abbia bisogno di testimoni di Dio.
Chiediamo allora al Signore di vivere questa giornata in un impegno consapevole di fedeltà al Vangelo, perché la speranza, che continua ad essere gridata da Betlemme, non si perda lungo i sentieri degli uomini e non venga sopraffatta dalle urla dell'odio e della violenza, dal fischio delle bombe che cadono dal cielo.
Chiediamo allora al Signore questa consapevolezza, per fare della liturgia che stiamo celebrando l'inizio di una nuova tappa della nostra vita.
Gv. 1, 1-18
25 dicembre 2001
Nello splendido, straordinario affresco, Giovanni, o l'autore di questo inno alla Parola di Dio, delinea il cammino del Verbo eterno - o meglio, una tappa del cammino, perché finisce lasciando aperto lo sviluppo della storia. E' come se un artista riempisse la parte di una chiesa, per esempio l'abside, e poi lasciasse libero tutto il resto da riempire e ogni generazione completasse l'opera. Questo in realtà avviene.
Ricordo solo che il termine 'verbo', che noi abbiamo utilizzato in una traduzione latineggiante, nell'uso del traduttore corrisponde al 'logos' greco (perché questo testo è scritto in greco, un greco un po' rudimentale, perché non era la lingua originaria di chi ha composto l’ inno), che a sua volta corrispondeva all'ebraico 'dabàr', che è una parola molto densa di significati, indica ‘pensiero’, ‘intenzione’, ‘parola verbale’ e anche ‘azione’. Quindi è la parola che fa, è la parola che crea. Noi non abbiamo un termine corrispondente, dobbiamo dire due, tre parole per indicare i contenuti di questo termine ebraico, perché, come sapete, le lingue antiche avevano poche parole, quindi ogni parola aveva significati molto ampi. Così era di 'dabar' ebraico. Il greco era già più articolato, come pure il latino verbum; le lingue moderne poi hanno una quantità di parole dettagliate, che precisano i diversi aspetti delle esperienze che compiamo.
Nel leggere questo Vangelo ho saltato le due strofe che sono state introdotte successivamente e che si riferiscono all'attività di Giovanni il Battezzatore. Le ho saltate perché rompono l'armonia della descrizione lineare della Parola che è Dio, della Parola creatrice, che diventa ragione di tutte le cose; della Parola che suscita l'umanità, diventa luce e vita per gli uomini; diventa rivelazione ma non viene accolta; le tenebre non l'hanno sopraffatta ma sono rimaste tenebre, in tanti luoghi. Poi viene tra la sua gente, cioè raccoglie un popolo perché diventi testimone nel mondo, ma i suoi non lo accolgono. "A quanti però l'hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio. I quali non da sangue né da volere di carne, ma da Dio sono stati generati": con questa formula l'inno indica lo sviluppo della dimensione spirituale nell'umanità: i molti uomini che nel mondo, ancora prima di Gesù, hanno avviato i sentieri dello spirito, hanno condotto l'umanità a esperienze straordinarie, nella consapevolezza dell'azione di Dio in loro e nella storia umana. Finalmente poi diventa carne, cioè giunge ad esprimersi in umanità: "dalla sua pienezza tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia".
E questa è la nuova tappa ‘grazia su grazia’, che si prolunga lungo i secoli. Noi siamo inseriti in questa storia. E' un nuovo capitolo, come se noi dovessimo delineare l'ultima parte dell'affresco. L'ultima parte per il momento, perché poi verranno le altre generazioni dopo di noi. "Dalla sua pienezza tutti abbiamo accolto".
Ma qui è contenuta anche la tragica responsabilità che noi abbiamo. Perché la forza della Parola eterna, questa energia che ha suscitato il mondo, che ha fatto sorgere la vita, che alimenta la storia degli uomini, oggi ancora rende possibili forme nuove di umanità, di fraternità. Ci sono traguardi nuovi da raggiungere, e la forza esiste già.
Questo è il primo aspetto che il Natale ricorda, che l’inno mette in luce: la Parola è in azione, il Logos divino è in azione.
Ma (e qui è il punto che ci interessa e dà senso della nostra celebrazione) la Parola non può realizzare nulla di nuovo nella creazione e nella storia, ora se non attraverso creature. Perché quello che poteva realizzare nel nulla lo ha già fatto. Ora è attraverso le creature che la perfezione può essere sviluppata. Perché il nulla può accogliere una cosa minima dell'azione di Dio: cosa può accogliere il nulla, che non ha le strutture di interiorizzazione? Quindi le prime forme della realtà creata sono elementari. Poi pian piano, attraverso la loro connessione, attraverso l'energia che si esprime, la creazione diventa sempre più complessa, fino a giungere a quella straordinaria espressione che siamo noi, che è la specie umana.
Ma a questo punto il cammino ancora continua: "Grazia su grazia dalla sua pienezza abbiamo ricevuto". Ma non può esprimersi a questo punto se non ci sono creature umane che, accogliendo la sua parola, ne esprimono le potenzialità ancora inespresse, traducono quindi l'inedito della Parola eterna di Dio. Inedito storico, perché in Dio tutto è già, c'è già pienezza, dalla sua pienezza stiamo ricevendo grazia su grazia. Ma se non ci sono creature che si aprono, che interiorizzano il dono di Dio, non c'è novità nella storia e nella creazione. Per questo noi celebriamo il Natale: per indicare la novità possibile e per disporci a realizzarla.
Vedete dunque i due aspetti: proclamiamo la possibilità, e quindi annunciamo la speranza, ma nello stesso tempo dobbiamo dichiararci disponibili ad accogliere l'azione di Dio, la sua parola, perché in noi fiorisca in novità di vita.
E' questa disponibilità che spesso invece manca, perché gli uomini continuano a seguire i propri istinti, cioè il passato: si fermano alle fasi precedenti della storia, ma la storia ha proceduto, e, "grazia su grazia" è giunta a forme nuove.
Ancora Betlemme, casa della pace, è luogo del contrasto e di divisione. Molti segni confermano l’impossibilità dell’incontro con Dio perché solo incontrando persone umane che Dio si incontra sulla terra. Questa è la legge della incarnazione: l’azione divina si esprime attraverso creature.
Ma questo avviene anche nelle nostre case, avviene nelle nostre città, avviene in tutte le parti del mondo dove ci sono uomini che con la violenza impediscono all'azione di Dio di fiorire in forme nuove di giustizia e di pace, di fraternità e di misericordia.
Il Papa ci ha ricordato che non ci può essere pace senza giustizia, ma che non ci può essere giustizia se non c'è capacità di perdono. E' questo il cammino ora è necessario al mondo. Ormai conosce le strade della pacificazione e della fraternità, ma ancora sono molto pochi coloro che le percorrono senza resistenze, senza i rimpianti del passato, senza i richiami dell'egoismo, del potere, del dominio sugli altri.
Dobbiamo quindi rinunciare a sperare? No certamente, perché la forza creatrice contiene tutte le ricchezze possibili. Dobbiamo solo impegnarci alla fedeltà, per poter diffondere intorno a noi nel mondo la novità oggi possibile. Bastano piccoli gesti: è cominciata con un piccolo gesto l'avventura di Gesù, è cominciata in un luogo solitario, ignoto a tutti. Nessuno ha registrato l'evento, non sappiamo neppure quando è accaduto, né l'ora, né il giorno, né l'anno. Ma che importanza ha, quando nella storia la sua grazia, la forza di vita che egli ha introdotto, ha suscitato un'enorme quantità di santi, una tradizione che ha assunto diverse forme, diverse modalità e che ancora rende possibili una novità di vita per gli uomini?
Siamo disponibili a decidere la nostra fedeltà o siamo qui solo per tradizione, pensando più al nostro benessere che alla storia della salvezza degli uomini? Eppure sappiamo quanto il mondo oggi abbia bisogno di testimoni di Dio.
Chiediamo allora al Signore di vivere questa giornata in un impegno consapevole di fedeltà al Vangelo, perché la speranza, che continua ad essere gridata da Betlemme, non si perda lungo i sentieri degli uomini e non venga sopraffatta dalle urla dell'odio e della violenza, dal fischio delle bombe che cadono dal cielo.
Chiediamo allora al Signore questa consapevolezza, per fare della liturgia che stiamo celebrando l'inizio di una nuova tappa della nostra vita.