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02-IIa Domenica di Avvento – Anno A

IIa Domenica di Avvento – Anno A

Mt. 3, 1-12

Dio viene nella storia umana: riconoscerlo e accoglierlo



Prima due premesse per capire bene il messaggio di questa liturgia.
Giovanni ci viene qui presentato come precursore, in quanto ha preparato la strada a Gesù: in realtà Giovanni è stato il maestro di Gesù. Ci viene presentato come colui che ha preparato la strada per gli sviluppi successivi. Nella liturgia ci richiama la necessità della nostra preparazione alla venuta di Gesù, o alla venuta di Dio nella nostra vita.
Seconda breve riflessione introduttoria.
La zona dove Giovanni predicava è nel deserto vicino al Mar Morto, lì dove dagli anni '50 sono stati trovati i resti di un grande edificio dove viveva un gruppo di ebrei che si opponevano al culto del tempio per cui si erano separati e vivevano nel deserto, in quella zona di Qumran che è diventata famosa dagli anni '50 del secolo scorso quando sono stati pubblicati gli scritti della comunità, che sono stati trovati nelle grotte delle colline sopra il mar Morto. Lì avevano nascosto i loro libri, quando nel 67 ci fu l'incursione dei Romani, che scendevano dalla Siria per salire a Gerusalemme, distrutta nel 70. Da allora quegli scritti erano rimasti nascosti nelle caverne e sono stati poi trovati per caso. Ormai tutti gli scritti trovati sono stati pubblicati: c'è voluto un po' di tempo, perché i testi erano alcuni corrotti, altri frammentari.
Con molta probabilità - gli esegeti sono oggi abbastanza concordi su questo - Giovanni veniva da questa comunità, per cui predicava proprio lì vicino. E la gente veniva da Gerusalemme, dalla zona intorno al Giordano, che è appunto la zona dove Giovanni predicava, nel deserto dove c'è la depressione del Mar Morto. Infatti la predicazione di Giovanni riflette molto la spiritualità coltivata da questi 'monaci' (possiamo dire, con una terminologia successiva), che si erano ritirati e vivano lì. Li attorniavano anche gruppi di famiglie, quindi erano una comunità molto ampia. Probabilmente Giovanni veniva da questa comunità, quindi rifletteva questa spiritualità, che è un po' diversa da quella di Gesù, però c'è certo una continuità.

E proprio da questo punto vorrei partire per proporvi una breve riflessione sulla necessità della preparazione alla venuta di Gesù, nella liturgia natalizia e poi alla venuta di Dio nella nostra storia.
La venuta di Dio ha una particolare caratteristica. Tante volte ho richiamato la legge fondamentale dell'incarnazione: è molto importante tenerla presente, altrimenti noi valutiamo la storia della salvezza, cioè il Regno di Dio in mezzo a noi, l'azione di Dio nella storia umana, con gli stessi criteri e gli stessi modelli con cui giudichiamo le attività umane. Le attività umane sono attività di creature, mentre l'azione di Dio è creatrice, segue altre dinamiche. L'azione creatrice è l'azione che fonda, è l’energia per cui le creature sono, operano e vivono; per cui tutti noi viviamo, diceva Gesù quando commentava la formula 'il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe': "E' il Dio dei vivi, non il Dio dei morti, perché tutti per lui viviamo". Quindi è un'azione diversa da quella che noi esercitiamo, vuol dire che la venuta di Dio ha caratteristiche diverse: deve diventare creatura per costituire una venuta, un evento, un accadimento. Ora, la creatura non può diventare se non accoglie l'azione, se non assume atteggiamenti corrispondenti, che rendano possibile la venuta di Dio. Per cui Dio non viene se le creature non l'accolgono.
Di qui la necessità della preparazione. Noi stiamo per celebrare il Natale, che ricorda la venuta di Dio, ma rappresenta una reale venuta di Dio nella nostra vita. Dobbiamo perciò realmente prepararci, altrimenti l'azione di Dio non fiorisce in noi, non si esprime; non diventa carne, per usare la formula di Giovanni. Per diventare carne deve diventare creatura, cioè deve inserirsi all'interno dei processi per essere accolta. Per accoglierla ci vuole consapevolezza, per questo dobbiamo prepararci. E questa preparazione non è qualcosa di esteriore, non è una preparazione morale, come dire: dobbiamo fare il bene. No, dobbiamo rendere possibile la venuta di Dio nella storia degli uomini. Per cui la figura di Giovanni ha un grande significato per la vita di Gesù e quindi per l'azione di Dio che poi si svilupperà nell'esistenza di Gesù.

Ora, la venuta di Dio nella storia degli uomini è continua, cioè l'azione di Dio, la forza creatrice, non ha pause. Ci sono dei momenti in cui l'irruzione appare con maggiore evidenza, perché nel frattempo c'è stato un cambiamento, per cui è possibile un salto di qualità: sono gli eventi della storia della salvezza. Anche nella nostra piccola esistenza dobbiamo distinguere la crescita quotidiana dalle svolte fisiche, psichiche, spirituali. Certo, l'azione di Dio è continua, ma le svolte sono puntuali, cioè vengono in un determinato momento.
Allora il prepararsi a questi determinati momenti significa prendere coscienza del processo che viviamo e renderlo possibile. Altrimenti Dio non viene. Ma non come ripicca, non è nel piano morale e giuridico che dobbiamo considerare queste cose, è proprio nel piano ontologico, cioè della nostra realtà di figli di Dio, di persone che crescono.
La preparazione perciò deve essere corrispondente agli eventi che stanno per accadere, al Regno di Dio che viene. Giovanni utilizza proprio questa formula: "Convertitevi, il Regno di Dio è vicino". Può sembrare una contraddizione: se il regno di Dio viene, non c'è bisogno che noi prepariamo qualcosa, viene. No invece: convertitevi, perché l'azione di Dio già sta realizzando il cambiamento per venire. La conversione che ci è chiesta, perciò, riguarda le modalità particolari, gli eventi particolari che stiamo vivendo. Non è una cosa generale, è specifica: per il Regno di Dio che sta venendo.

Allora due brevi riflessioni. Primo: quali sono le difficoltà per la nostra conversione. Secondo: quali indicazioni ci vengono dagli eventi che stanno accadendo del Regno di Dio che viene.

Le difficoltà per la nostra conversione

Le resistenze che noi abbiamo sono quelle che Giovanni metteva in luce parlando coi farisei e i sadducei, che erano la struttura portante della religiosità del tempo. I sadducei poi appartenevano all'ordine sacerdotale. Il Vangelo dice che molti di loro erano scesi ed erano venuti sul Giordano per essere battezzati da Giovanni. e Giovanni li apostrofa duramente: "Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sottrarvi all'ira imminente?". Giovanni prevedeva, individuava gli eventi straordinari che stavano per accadere, anche disastrosi: porta delle immagini apocalittiche, del fuoco che brucia la pula e così via. Questo spiega anche l'appartenenza di Giovanni al gruppo di Qumran, quindi in opposizione al culto che si faceva nel tempio e alla dottrina che loro diffondevano.
Qual era la difficoltà che avevano farisei e sadducei alla conversione? La presunzione di essere nel bene, di essere nella verità, la presunzione di operare nella giustizia. Perché realmente facevano del bene, ma anche Gesù poi metterà in luce questa ambiguità della loro vita, perché si accontentavano di osservare la legge. Quindi vivevano nella presunzione di non aver bisogno di conversione. Per questo Giovanni dice loro: “Fate frutti degni di conversione”.
Questo in gran parte vale anche per noi, perché noi siamo convinti di essere dalla parte dei buoni: andiamo a pregare, frequentiamo la chiesa, non usiamo violenza, seguiamo le leggi. Sì, riconosciamo che abbiamo dei difetti, che abbiamo dei limiti, ma fondamentalmente ci riteniamo buoni. Sì, riconosciamo i difetti, i limiti, le insufficienze, ma non sono quelli la ragione della conversione, tanto i difetti non li elimineremo mai, i limiti non li sorpasseremo mai.
La ragione della conversione è molto più profonda, è proprio la nostra struttura di creature che richiede il cambiamento. Mentre noi diciamo: "Io penso bene, perché sono nella verità, perché seguo la Chiesa, io opero bene perché seguo la legge" non pensiamo invece che proprio per questo dobbiamo convertirci, perché questo è insufficiente. Per diventare figli di Dio, per raggiungere la nostra identità definitiva, dobbiamo cambiare proprio la struttura di fondo, il modo di vivere, il modo di pensare, il modo di atteggiarci.
Questa convinzione è molto rara. Spunta qualche volta in qualche momento di lucidità interiore o di esperienza religiosa, ma poi scompare dall'orizzonte, per cui noi meriteremmo quelle parole forti di Giovanni: "Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sottrarvi all'ira imminente?". Cioè: perché ponete resistenze al cambiamento?

Indicazioni per la nostra conversione

Il cambiamento in quale direzione? Certo, ci sono tante direzioni, ma dalle prime due letture di questa liturgia abbiamo due indicazioni molto chiare.
La prima, quella di Isaia, è di una ricchezza straordinaria. Isaia è stato forse il più grande profeta. Il grande Isaia, perché nel libro di Isaia ci sono poi anche altre profezie che sono state aggiunte successivamente, come quelle dei carmi del Servo, che sono del periodo dell'esilio, e che sono all'altezza del grande profeta dell'VIII secolo, che prospettava questo orizzonte universale di tutti i popoli. Certo, questo era ancora in una prospettiva ebraica, perché tutti dovevano salire quel particolare monte. Oggi noi sappiamo che quella prospettiva universale con Gesù ha acquistato un altro significato, ma noi ancora non abbiamo una mentalità universale, ancora noi siamo ristretti ai nostri piccoli modelli, mentre oggi la cultura ha rotto le barriere, sta diventando planetaria e chiede da noi un cambiamento profondo.
Queste sono le conversioni che oggi ci sono richieste: il renderci conto che il nostro modo di pensare è provinciale, che è limitato, che è chiuso nei paradigmi dei modelli della cristianità da cui emergiamo: costituiscono la grande ricchezza della nostra tradizione, non possiamo rifiutarli, ma dobbiamo renderci conto che sono modelli provvisori, precari, inadeguati, che essere fedeli al messaggio di Gesù ci deve condurre oltre.
Anche Paolo nella seconda lettura, tratta dalla lettera ai Romani, parlava di questa comunione da realizzare tra pagani, greci ed ebrei, che era allora il grande conflitto che Paolo ha vissuto nella sua carne, da ebreo, da fariseo, chiamato ad annunciare il Vangelo ai pagani e a convertirsi a loro, in un certo senso, a dedicarsi interamente a loro.
Quello era il piccolo ambiente mediterraneo dove Paolo si muoveva. Oggi l'orizzonte è la terra intera, che poi è un piccolo granello di polvere nell'universo, ma per noi, piccoli come siamo, è già un orizzonte immenso. Ci sentiamo inadeguati, però è questo cambiamento profondo che dobbiamo realizzare: cominciare a vedere le cose in un altro orizzonte. Non è che sappiamo già quali sono queste idee, per questo dobbiamo prepararci, dobbiamo camminare, dobbiamo cambiare passo dopo passo, giorno dopo giorno. Perché quando Dio viene non lo si può accogliere improvvisamente, con un gesto solo, con un sono pensiero, con una sola azione.
Allora si tratta di vivere questo avvento nella consapevolezza di un cambiamento profondo che oggi è necessario perché possiamo vivere armoniosamente questa stagione storica. Paolo parlava proprio di questa armonia da realizzare.
Il cambiamento che ci è chiesto ha anche un altro aspetto, che è il superamento delle forme finora usuali di difesa, di violenza, di aggressività, che ritenevamo, come è stato da sempre, una delle condizioni fondamentali della sopravvivenza. Non per niente l'umanità si è specializzata nella violenza. Ma oggi vediamo che occorre fare un passo avanti in questa direzione, un cambiamento profondo. Quindi liberarci da quei modi di pensare che erano sacralizzati, che erano comuni.
Non sempre capiamo bene quali sono i nuovi modi di pensare, però dobbiamo avere la consapevolezza che è necessario un nuovo modo di pensare. Ma il nuovo modo di pensare può emergere solo nel deserto, cioè quando ci liberiamo dalle altre sovrastrutture. Il deserto è proprio il simbolo di questo spogliamento necessario perché Dio venga, cioè perché l'azione di Dio in noi fiorisca in una forma nuova.
Il digiuno che venerdì il Papa ci ha sollecitato a compiere ha questo valore simbolico. Certo, è anche il dare il frutto del nostro digiuno ai fratelli, proprio perché ci vogliamo spogliare, ci vogliamo liberare dalle nostre abitudini, dai nostri attaccamenti, dalle nostre esigenze, per farle fiorire in forme nuove di fraternità, di condivisione.
Ecco, dobbiamo vivere queste esperienze nella certezza di Dio che viene nella nostra vita, cioè del Regno di Dio che è vicino; di forme nuove di fraternità e di comunione che stanno fiorendo, ma non possono fiorire improvvisamente, richiedono la lunga stagione del deserto, dell'inverno, della maturazione, quando il seme si scompone, perché poi il fiore possa spuntare.
Viviamo allora questa fase difficile, certo, della storia, ma piena di promesse, come sempre la fase della preparazione. Piena di promesse. Viviamola con questo atteggiamento di accoglienza dell'azione di Dio, in attesa che fiorisca in noi in modalità nuove di fraternità, di misericordia, di perdono e di comunione.

Chiediamo al Signore oggi di essere in grado di vivere questa eucarestia con rinnovato impegno, perché il Natale che si avvicina ci trovi pronti ad accogliere la sua parola e a farla fiorire nelle nostre case secondo modalità inedite.
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