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01-Ia Domenica di Avvento – Anno A

Ia Domenica di Avvento – Anno A

Mt. 24, 37-44

Attendere Dio che viene

Tutte le letture di questa prima domenica di avvento cercano di indurre l’atteggiamento fondamentale dell'attesa del Signore che viene: ‘avvento’ vuol dire infatti ‘venuta’ e l’attesa è l’atteggiamento che dobbiamo sviluppare nei confronti di Dio che viene.
Eppure questo periodo dell'anno liturgico è in preparazione al Natale, che è la nascita di un uomo. E' l'indicazione, questa, di una legge fondamentale della nostra speranza: dobbiamo attendere Dio che viene incontrando uomini, vivendo esperienze. Perché quando Dio viene nasce un uomo, quando Dio viene crescono i suoi figli, quando Dio viene la vita fiorisce. Non dobbiamo perciò attendere Dio come se fosse una realtà fuori delle altre realtà, fuori delle altre esperienze, come un evento accanto agli altri eventi.
Questo è il primo criterio che dobbiamo subito mettere in luce, altrimenti tutta la riflessione che vorrei proporvi sull'esercizio della speranza rischia di essere ambigua.
Attendere Dio che viene nella nostra vita non significa attendere una realtà divina accanto a quelle create, a quelle umane. Quindi è in senso analogico che noi parliamo della venuta di Dio nella nostra vita, perché Dio non viene mai come Dio nella nostra vita: quando Dio viene, c'è sempre qualcosa di creato che dobbiamo accogliere. Non possiamo accogliere Dio come Dio, accogliamo sempre creature. Questo è in fondo il criterio che il Natale ci indica con chiarezza: Dio viene e nasce un uomo.
Questa è una legge che vale per tutte le manifestazioni della storia della salvezza: l'azione di Dio nella storia umana, come nella creazione, si esprime sempre, per noi, in modo creato. Perché se Dio si esprime nella creazione deve apparire una creatura. Quindi attendere Dio significa attendere creature, incontrare Dio significa incontrare creature.
Ma allora che significato ha la formula 'la venuta di Dio nella nostra vita', se noi incontriamo solo creature? Il fatto è che la creatura che noi incontriamo la possiamo incontrare in modo da riconoscere l'azione di Dio nei nostri confronti, da accogliere quindi un suo dono per noi.
Questo è il punto che vorrei chiarire, perché la speranza teologale è attendere Dio che viene come creatura, avere la consapevolezza che Dio attraverso la creatura, comunica un suo dono.
Chiarisco brevemente queste affermazioni che ho fatto finora in modo riassuntivo.

Prima di tutto vorrei illustrare un dato importante. La spiritualità cristiana si caratterizza proprio per l’atteggiamento che chiamiamo l'atteggiamento teologale, cioè per il rapporto vissuto con Dio attraverso le creature. Altre spiritualità hanno caratteristiche diverse e sviluppano altre dinamiche.
Se poi noi scopriamo che non viviamo secondo questi atteggiamenti, vuol dire che in fondo non siamo ancora cristiani - cosa che non ci deve scandalizzare, perché l'azione di Gesù è così innovatrice, così sconvolgente, che richiede molto tempo, prima di essere pienamente riconosciuta e accolta. Quindi non dobbiamo scandalizzarci se dopo le riflessioni che io vi propongo dovremo riconoscere che noi solo in qualche momento viviamo alla presenza di Dio o che abbiamo compiuto solo qualche piccola esperienza in questo senso. Bene, riconosciamo che siamo ancora nell'atrio dell'esperienza cristiana.
Ma questo dobbiamo affermarlo: specifico della spiritualità cristiana è la vita teologale, come troviamo scritto fin dalle prime righe che ci sono pervenute dell'esperienza cristiana, cioè dalla I lettera ai cristiani di Tessalonica, che è del 50-51. Infatti in questa lettera Paolo richiama subito questa struttura: ringrazia Dio perché scopre che i cristiani ai quali scriveva vivevano intensamente la loro fede, esercitavano la speranza e si scambiavano doni di vita in comunione di carità.
Queste sono le tre modalità fondamentali dell'esistenza cristiana, che è una sola: è l'atteggiamento di accoglienza dell'azione di Dio nel tempo. Siccome il tempo ha tre dimensioni - il passato, distinto chiaramente dal futuro, come passato e futuro sono distinti dal presente, anche se hanno profonde connessioni tra di loro - allora l'atteggiamento di accoglienza di Dio nel tempo ha tre modalità distinte:
- E' l'accoglienza della sua Parola, della sua azione che viene dal passato e che ci viene trasmessa attraverso le narrazioni, attraverso le letture che continuamente facciamo quando ci raduniamo a pregare. Le facciamo per questo, perché richiamiamo la parola-azione di Dio che si è espressa nel passato e che ci viene trasmessa, attraverso i racconti, attraverso i simboli, attraverso le esperienze che le diverse generazioni hanno compiuto e che hanno tradotto nelle formule della dottrina che ci sono state trasmesse. In fondo anche la liturgia che celebriamo è stata maturata lungo i secoli attraverso una serie di esperienze e di cambiamenti.
- Poi c'è il presente: siamo qui, siamo chiamati ad esercitare l'agape, l'incontro, la comunione: il rito che celebriamo è un rito di comunione, cioè di scambio di doni di vita reciproci; in nome di Dio, cioè accogliendo l'azione di Dio ora, qui. Quindi l'agape, la carità, è l'esercizio dell'atteggiamento teologale, cioè di quell'atteggiamento con cui noi accogliamo l'azione di Dio, esercitato in questo momento in cui ci troviamo insieme a scambiarci doni di vita.
- E infine la terza dimensione del tempo, il futuro: quella più sfuggente, ma per certi versi più incidente, soprattutto per i più giovani. Per noi vecchi il tempo futuro si è ridotto di molto e diventa l'attesa del compimento, che si realizza nella morte, come traguardo di tutto il cammino. Il futuro esige l'attesa del dono che non abbiamo ancora accolto. Perché il dono di vita che finora abbiamo accolto non è totale, non è completo, siamo ancora frammento non compiuto. E' per questo che ogni dono che accogliamo diventa attesa di ciò che ancora non abbiamo accolto, ma che possiamo accogliere proprio in virtù dei doni che abbiamo già accolto. Questo vale per ogni dono di vita che accogliamo, a tutti i livelli: per esempio ogni conoscenza che interiorizziamo diventa la possibilità di una nuova conoscenza, ogni atto buono che compiamo diventa apertura ad un nuovo orizzonte di bene: diventiamo capaci di compiere un bene più grande. E' sempre così, perché l'azione di Dio non ha limiti, la forza creatrice fiorisce sempre in forme nuove.
Per questo per certi versi più il tempo passa più diventiamo capaci di attesa, anche se il tempo diventa più breve. Per dirlo in termini molto concreti: uno a 60 anni ha più capacità di accoglienza di uno a 40 anni, quindi ha più capacità di attesa del dono di Dio. Anche se il tempo che gli rimane per attendere è minore, diventa più profondo, più intenso, più ricco, se è cresciuto in questa dimensione. Se uno di noi cresce solo in statura e nell'età e non nella capacità di accogliere la vita, allora è chiaro che la sua speranza diminuisce, man mano che procede, perché ormai che cosa può attendere più, se la sua speranza era limitata ai beni transitori e insufficienti?
Avvento: attendere Dio che viene
Comprendiamo, in questa prospettiva, che cosa vuol dire attendere Dio. Significa attendere creature, ma in un modo particolare, che possiamo descrivere brevemente così.

Primo: diventare consapevoli che ogni esperienza rimanda ad altro, quindi che non è compiuta. Questo già mette in luce l'illusione che spesso noi invece abbiamo quando esercitiamo la speranza, quando attendiamo cose, come definitive, come risolutrici di tutte le nostre tensioni interiori. Noi tante volte cadiamo in questa illusione, anzi, cominciamo la vita con questo atteggiamento. E' quello che chiamiamo l'atteggiamento di idolatria, cioè l'attesa di qualche persona, di qualche esperienza, di qualche situazione risolutrice dei nostri problemi: "Quando sarò lì, quando avrò sposato quella persona, quando avrò fatto quella esperienza, quando avrò acquisito quella somma... tutto sarà risolto".
In altri tempi queste forme erano molto più frequenti, perché i processi erano lenti e i beni a disposizione erano poco numerosi; oggi l'illusione regge solo per un breve periodo, perché anche i giovani ben presto scoprono l'insufficienza delle cose, delle relazioni, delle persone, delle esperienze. In ogni caso è importante renderci conto di queste dinamiche di vita, perché ci sono dei residui che restano a lungo.
Questa è l'idolatria, il male radicale: è non riconoscere Dio come Dio, è pensare che ci siano fealtà divine. E' il paganesimo pratico in cui noi cadiamo spesso o siamo vissuti per lungo tempo o per certi versi viviamo ancora. Certi nostri giorni in questo senso sono ancora molto pagani, perché riconosciamo tanti dei al di fuori del Dio che viene: il mercato, il denaro, il successo, la stima degli altri, l'approvazione... In fondo quante scelte noi compiamo nell'illusione di queste risposte definitive? Quindi quanti altari eleviamo nel nostro cammino agli dei 'falsi e bugiardi', cioè alle illusioni della nostra esistenza?

Secondo: cominciare ad attendere le situazioni e le cose riconoscendo, oltre alla loro insufficienza, anche un dono ulteriore che ci viene offerto; cioè riconoscendo che l'azione di Dio al fondo delle cose contiene ricchezze maggiori di quelle che finora abbiamo accolto. Per cui la stessa esperienza - per esempio l'incontro col proprio partner nella vita matrimoniale, l'incontro tra amici, un'esperienza di lavoro – ci offre doni nuovi di vita, anche se la persona, le circostanze sono le stesse del giorno prima. Non è mai ripetitiva, la vita, perché siamo in processo.
Questo per chi esercita la fede in Dio e attende realmente Dio. Dio che viene vuol dire ritenere che esiste già un Bene immenso che può entrare nella nostra vita a piccoli frammenti, ma in forme sempre nuove.
Questo è un dato essenziale per la speranza. Quindi se noi attendiamo qualcosa, ma semplicemente per la novità dell'esperienza non esercitiamo ancora la speranza teologale. E' una speranza buona, certo, perché attendiamo cose buone, ma non attendiamo Dio. Quindi questo è proprio specifico: esercitarci a riconoscere l'azione di Dio all'interno delle esperienze che compiamo e quindi la possibilità di crescere come figli suoi.

Terzo elemento di questo atteggiamento, è non rifiutare di vivere le esperienze, perché Dio lo si incontra solo all'interno delle esperienze. Si tratta proprio di vivere l'esperienza stessa con la consapevolezza: di una forza divina, di un'azione creatrice, di un qualcosa di più grande che ci viene offerto. Anche se non lo sappiamo riconoscere sempre, se non sappiamo dare un nome, c'è una ricchezza di vita che possiamo accogliere.
Questa consapevolezza ci consente di vivere anche le delusioni, gli sconforti, i momenti di sofferenza, i piccoli fallimenti della nostra esistenza. Perché anche quelli ci consentono di accogliere quel dono per cui cresciamo come figli di Dio.
Questo è l'aspetto un po' più difficile dell'esercizio della speranza, perché quando proviamo fallimenti perdiamo l'attesa del dono successivo, diciamo: "Allora è inutile, a che serve incontrare quella persona, se poi ne deriva nulla?". "A che serve vivere questa esperienza, se poi sono deluso?". Ma se invece attendiamo sempre il compimento, quindi avvertiamo che c'è un'azione più profonda da accogliere, che ci guida, ci introduce a forme nuove, allora sapremo vivere anche le situazioni di delusione, di sconforto, in modo positivo, così da poter dire: "Anche qui io sto crescendo, sono in grado, proprio per questo motivo, di attendere una nuova manifestazione, una nuova forma di vita".
Questo, capite, conduce a una speranza che è diversa, proprio come qualità, dalla speranza che invece esercitiamo quando poggiamo sulla nostra salute, sulla nostra intelligenza, sulla nostra capacità di operare, sulla fiducia nei nostri amici. Queste certamente sono cose buone, ma non sono oggetto della speranza teologale e quindi non sono sufficienti per vivere in modo pieno la nostra esistenza di ogni giorno. Non sono sufficienti. Per questo spesso sperimentiamo quel senso di vuoto, di delusione di fondo.
Quando avvertiamo queste situazioni chiediamoci: dove sono venuto meno nell'attesa di Dio? nell'esercizio della speranza teologale? Scopriremo che attendevamo realtà insufficienti, inadeguate. Lo scopriremo al fondo: se siamo sinceri con noi stessi, ci sarà facile individuarlo. E ci educheremo ad analizzare continuamente le nostre attese.
Non pensate che il cambiamento possa avvenire da un giorno all'altro. Ma se incominciamo a vivere in questo modo, cioè se incominciamo a vivere nell'esercizio quotidiano dell'attesa di Dio, pian piano realmente il cielo diventa diverso, luminoso, riusciamo a vivere anche le cose più semplici e quotidiane in un modo più ricco e profondo. E scopriremo una ricchezza che fluisce dentro di noi indipendentemente dal successo, dall'opinione degli altri, dai riconoscimenti, da tutte quelle cose che pure sono buone, ma non sono costitutive della nostra realtà interiore, perché sono di superficie e spesso illusorie.
Ecco, cominciamo il nostro cammino di avvento con un impegno rinnovato di attesa di Dio nella nostra vita. Credo che se ci riflettiamo un po' ci sarà abbastanza facile cominciare a sperimentare l'attesa di Dio quotidiana. E allora il nostro avvento ci condurrà a vivere il Natale in un modo diverso, scoprendo il figlio di Dio che cresce in noi. E quindi scoprendo quella gioia che viene quando riconosciamo Dio come nostro Padre/Madre, come Principio, come Fonte. Quando scopriamo che c'è un Fondamento per cui noi possiamo essere saldi nella nostra esistenza, sicuri nel, nostro cammino, perché Dio viene ogni giorno, con i suoi doni e la chiamata a diventare figli suoi.
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