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26-XXXIIa Domenica del Tempo Ordinario – Anno C
XXXIIa Domenica del Tempo Ordinario – Anno C
Lc. 20, 27-38
Il Dio della vita
Due brevi premesse per capire l'episodio narrato dal Vangelo di Luca che riassume il messaggio di questa liturgia. Le premesse riguardano i sadducei e la legge del levirato.
I sadducei.
I sadducei appartenevano alla classe sacerdotale, erano molto legati alle tradizioni e anche influenti nella vita pubblica ebraica. Può sembrare strano che persone che avevano tanta importanza nella vita religiosa del loro tempo negassero la vita dopo morte, la risurrezione, come anche l'esistenza degli spiriti buoni o cattivi. Erano rimasti legati alle convinzioni di qualche secolo prima, perché per molto tempo gli ebrei avevano pensato che con la morte si esaurissero le possibilità della vita umana: tutto si svolgeva qui sulla terra (i farisei invece difendevano la dottrina della resurrezione e insistevano molto sulla vita futura). In questo senso i sadducei erano rimasti fedeli alle dottrine antiche, ed erano più tradizionalisti.
Questo però non ci deve colpire tanto, perché gli ebrei non davano molta importanza alla dottrina. Dal Medioevo in avanti gli ebrei hanno avuto una dottrina canonica, ma al tempo di Gesù il riferimento essenziale era la Legge. Ancora oggi nel mondo ebraico l’importanza della dottrina è molto relativa: ci sono ebrei che si proclamano atei e altri che hanno convinzioni completamente diverse da quelle tradizionali.
Questa premessa consente di capire perché i sadducei pongono a Gesù una domanda che vuole mettere in crisi la convinzione della risurrezione, che anche Gesù difendeva
La legge del levirato.
La legge del levirato, che in questo caso serve ai sadducei per porre la sfida a Gesù, stabiliva che se un uomo moriva senza prole, il fratello del marito dovesse prendere in moglie la cognata e dargli dei figli. Infatti secondo la concezione ebraica non avere figli era una situazione contraria al comando della diffusione della vita sancito già nella Genesi: “crescete e moltiplicatevi” (Gen. 1,28).
Vediamo ora l’episodio. I sadducei costruiscono un caso ipotetico per sollecitare Gesù a precisare bene la sua idea sulla resurrezione e sulla vita futura. In tale modo vogliono metterlo in difficoltà e mostrare che la dottrina della risurrezione conteneva elementi difficilmente comprensibili e anzi contradditori. I sadducei chiedono a Gesù: la donna che ha avuto in successione sette fratelli come mariti, quando nella resurrezione si ritroveranno tutti insieme, di chi sarà moglie?
Gesù risponde in un modo molto semplice: le leggi che reggono i rapporti fra uomo e donna valgono qui tra di noi, non valgono nella vita futura, perché la vita futura sarà completamente diversa e non abbiamo le categorie per poterla descrivere e immaginare. Non possiamo proiettare la nostra vita in quella futura, noi non sappiamo come saremo. Anche Giovanni nella sua prima lettera ricorda “quale grande amore ci ha dato i Padre di essere chiamati figli di Dio e lo siamo realmente, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato” (1Gv 3,1-2).
Vi sono due messaggi contenuti nella risposta di Gesù. Il primo è il Dio della vita, il secondo è l'invito a diventare degni della resurrezione ("Coloro che sono degni della resurrezione"). È un processo di cui non conosciamo il compimento, però possiamo capire il senso del nostro cammino e valutarlo con criteri ben precisi.
Il Dio della vita.
È un'affermazione importante per capire come Gesù viveva il rapporto con il Padre. Dice infatti, richiamandosi alla formula tradizionale del mondo ebraico: “Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe non è Dio dei morti, ma dei viventi, perché tutti vivono per Lui" (Lc. 20, 37-38).
Questa spiegazione di Gesù costituisce la chiave della sua spiritualità: viveva il rapporto col Padre come ragione della sua vita. Del resto questo è l'atteggiamento fondamentale di ogni vita spirituale, che incomincia a svilupparsi appunto quando si giunge alla consapevolezza che la fonte della realtà definitiva è l'azione di Dio in noi. Per questo diventiamo figli. Dice infatti ancora Gesù: "e sono figli della resurrezione e quindi sono figli di Dio" (20, 36). La nostra identità filiale corrisponde alla dignità della resurrezione, è all'altezza della vita definitiva.
È un processo che stiamo vivendo, perché noi non nasciamo figli di Dio. E anche il battesimo a cui ci riferiamo è l’inizio cammino per diventare figli. In realtà il cammino lo cominciamo con la nascita, il battesimo è l'espressione simbolica della nostra realtà che nella nascita potrebbe non essere colta in tutto il suo significato, è rendere chiaro ciò che è contenuto nella nascita. Alla luce di Cristo la nascita è l'inizio di un cammino per diventare figli di Dio. Per questo il battesimo è unico, non si ripete più, perché non si può più tornare all'inizio; come nella nostra vita non possiamo più tornare ai primi giorni della nostra vita: dobbiamo andare avanti, per giungere al compimento.
Allora quello che per noi è fondamentale è prendere consapevolezza che il cammino si svolge per un'energia che ci è offerta, per un dono di vita che continuamente ci è rinnovato: Dio è fonte della vita, per Lui tutti viviamo. Paolo riprenderà questa dottrina quando ad Atene afferma: "in lui viviamo, ci muoviamo e siamo" (At.17,28). Questa consapevolezza deve accompagnare ogni nostra giornata, ogni nostra azione, proprio per crescere come figli di Dio, per sviluppare questa dimensione profonda della nostra persona, quella per cui poi potremo nella morte entrare in una nuova dimensione di vita.
Ogni preghiera che facciamo, nella giornata o anche qui quando ci raccogliamo, vuole essere l'allenamento per imparare a vivere in questo atteggiamento. Altrimenti ci disperdiamo nelle cose, cioè ci 'alieniamo', per usare una parola molto densa di significato: diventiamo schiavi dei nostri beni, del successo, del lavoro..., veniamo venduti alle cose. Basta un piccolo problema, una parola di umiliazione che riceviamo, un piccolo fallimento delle nostre attività, a sconvolgerci, perché perdiamo l'orizzonte. O anche una parola di lode che ci illude di essere noi capaci di fare le cose. O il successo... Tutto ci può condurre fuori, tutto ci può alienare. Ma proprio per questo tutto può essere vissuto nella consapevolezza che Dio è fonte della nostra esistenza, per Lui tutti noi viviamo, per cui in tutte le attività potremo mantenere la libertà dei figli.
Per questo Gesù poteva dire: "Io non faccio nulla da me stesso, il Padre compie in me le sue opere" (Gv.14,10). Se noi potessimo giungere a dire questo! Ma non è un fatto meccanico, che avviene solo perché lo pensiamo: avviene perché assumiamo quell’atteggiamento di accoglienza, di sintonia a cui appunto la preghiera deve condurci.
Diventare degni della resurrezione.
Il secondo insegnamento è conseguente: diventare degni della resurrezione.
Spesso noi colleghiamo questa affermazione col dopo morte, come se il diventare degni della resurrezione sia la condizione necessaria e assoluta per esserlo definitivamente. In realtà, se siamo veramente coerenti con l'affermazione che non possiamo sapere nulla del dopo morte perché non abbiamo le categorie per pensarlo, dovremmo dire che questa affermazione vale solo in rapporto alla nostra esistenza. Diventare degni della resurrezione significa quindi accogliere così l'azione di Dio da sapere morire in continuità. Ma questo non esclude che anche chi non diventa degno della resurrezione non abbia poi la possibilità di pervenire alla vita definitiva. In fondo la dottrina del Purgatorio ci insegna che possiamo diventare degni della risurrezione.
Il Purgatorio non è un luogo, di per sé non è neppure necessario che sia un tempo. Voi sapete che gli antichi distinguevano il tempo, l'evo e l'eternità. Ma dal momento che noi non sappiamo quali siano le caratteristiche della vita futura, non abbiamo neppure le categorie per giudicare i ritmi di vita che vivremo, per cui non possiamo neppure pensare al tempo del Purgatorio.
Questo lo dico perché molte volte si interpretavano le indulgenze come la durata di permanenza nel Purgatorio. C’erano anche delle indicazioni precise, si diceva per esempio che c'era un'indulgenza di sette anni e sette mesi. Paolo VI ha eliminato queste indicazioni temporali che riguardavano i tempi di penitenza richiesti per essere ammessi nuovamente all'Eucarestia. L’indulgenza era l'annullamento del tempo fissato dalla legge penitenziale, attraverso alcune pratiche, per esempio particolari preghiere o un pellegrinaggio. Queste formule non riguardano il Purgatorio.
Non dobbiamo applicare la nostra categoria del tempo al dopo morte. Può essere che nell'istante della morte vediamo con tale lucidità o cogliamo con tale forza l'azione di Dio, da giungiamo a pienezza di vita.
Quello che è importante è rendersi conto che il Regno qui sulla terra continua perché alcuni giungono ad essere degni della resurrezione, cioè giungono a vivere con tale fedeltà il dono della vita, da diffonderla e da prevalere sulle dinamiche di morte. Oggi il problema si pone in modo molto concreto, perché realmente gli uomini sono nella condizione di distruggere almeno le forme più complesse di vita.
Questo è l'aspetto fondamentale su cui fermarci a riflettere. Mentre il problema del dopo morte è inutile che lo consideriamo, perché non abbiamo gli elementi e i criteri per capire.
Il criterio perciò che la resurrezione ci offre è un criterio per vivere oggi, non per sapere come saremo domani. Qui sulla terra possiamo tradire questa missione e non crescere come figli e non consentire al Regno di Dio di espandersi. La giustizia non si realizza, l'amore tra gli uomini non si sviluppa, la storia umana può finire tragicamente, se non ci sono figli degni della vita, figli di Dio degni della resurrezione. Può finire non come punizione, Dio non punisce il peccato: noi stessi ci puniamo peccando, cioè impediamo alla vita di fluire.
Il messaggio perciò che Gesù ci lascia oggi è proprio questo: vivere così intensamente il rapporto col Padre da diventare degni della vita, cioè da far continuare l'azione di Dio qui sulla terra, per giungere a un compimento umano che l’umanità ancora non ha raggiunto. Perché questa storia continui devono esserci figli degni della resurrezione, figli di Dio. Tutti per questo siamo chiamati a diventarlo.
Lc. 20, 27-38
Il Dio della vita
Due brevi premesse per capire l'episodio narrato dal Vangelo di Luca che riassume il messaggio di questa liturgia. Le premesse riguardano i sadducei e la legge del levirato.
I sadducei.
I sadducei appartenevano alla classe sacerdotale, erano molto legati alle tradizioni e anche influenti nella vita pubblica ebraica. Può sembrare strano che persone che avevano tanta importanza nella vita religiosa del loro tempo negassero la vita dopo morte, la risurrezione, come anche l'esistenza degli spiriti buoni o cattivi. Erano rimasti legati alle convinzioni di qualche secolo prima, perché per molto tempo gli ebrei avevano pensato che con la morte si esaurissero le possibilità della vita umana: tutto si svolgeva qui sulla terra (i farisei invece difendevano la dottrina della resurrezione e insistevano molto sulla vita futura). In questo senso i sadducei erano rimasti fedeli alle dottrine antiche, ed erano più tradizionalisti.
Questo però non ci deve colpire tanto, perché gli ebrei non davano molta importanza alla dottrina. Dal Medioevo in avanti gli ebrei hanno avuto una dottrina canonica, ma al tempo di Gesù il riferimento essenziale era la Legge. Ancora oggi nel mondo ebraico l’importanza della dottrina è molto relativa: ci sono ebrei che si proclamano atei e altri che hanno convinzioni completamente diverse da quelle tradizionali.
Questa premessa consente di capire perché i sadducei pongono a Gesù una domanda che vuole mettere in crisi la convinzione della risurrezione, che anche Gesù difendeva
La legge del levirato.
La legge del levirato, che in questo caso serve ai sadducei per porre la sfida a Gesù, stabiliva che se un uomo moriva senza prole, il fratello del marito dovesse prendere in moglie la cognata e dargli dei figli. Infatti secondo la concezione ebraica non avere figli era una situazione contraria al comando della diffusione della vita sancito già nella Genesi: “crescete e moltiplicatevi” (Gen. 1,28).
Vediamo ora l’episodio. I sadducei costruiscono un caso ipotetico per sollecitare Gesù a precisare bene la sua idea sulla resurrezione e sulla vita futura. In tale modo vogliono metterlo in difficoltà e mostrare che la dottrina della risurrezione conteneva elementi difficilmente comprensibili e anzi contradditori. I sadducei chiedono a Gesù: la donna che ha avuto in successione sette fratelli come mariti, quando nella resurrezione si ritroveranno tutti insieme, di chi sarà moglie?
Gesù risponde in un modo molto semplice: le leggi che reggono i rapporti fra uomo e donna valgono qui tra di noi, non valgono nella vita futura, perché la vita futura sarà completamente diversa e non abbiamo le categorie per poterla descrivere e immaginare. Non possiamo proiettare la nostra vita in quella futura, noi non sappiamo come saremo. Anche Giovanni nella sua prima lettera ricorda “quale grande amore ci ha dato i Padre di essere chiamati figli di Dio e lo siamo realmente, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato” (1Gv 3,1-2).
Vi sono due messaggi contenuti nella risposta di Gesù. Il primo è il Dio della vita, il secondo è l'invito a diventare degni della resurrezione ("Coloro che sono degni della resurrezione"). È un processo di cui non conosciamo il compimento, però possiamo capire il senso del nostro cammino e valutarlo con criteri ben precisi.
Il Dio della vita.
È un'affermazione importante per capire come Gesù viveva il rapporto con il Padre. Dice infatti, richiamandosi alla formula tradizionale del mondo ebraico: “Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe non è Dio dei morti, ma dei viventi, perché tutti vivono per Lui" (Lc. 20, 37-38).
Questa spiegazione di Gesù costituisce la chiave della sua spiritualità: viveva il rapporto col Padre come ragione della sua vita. Del resto questo è l'atteggiamento fondamentale di ogni vita spirituale, che incomincia a svilupparsi appunto quando si giunge alla consapevolezza che la fonte della realtà definitiva è l'azione di Dio in noi. Per questo diventiamo figli. Dice infatti ancora Gesù: "e sono figli della resurrezione e quindi sono figli di Dio" (20, 36). La nostra identità filiale corrisponde alla dignità della resurrezione, è all'altezza della vita definitiva.
È un processo che stiamo vivendo, perché noi non nasciamo figli di Dio. E anche il battesimo a cui ci riferiamo è l’inizio cammino per diventare figli. In realtà il cammino lo cominciamo con la nascita, il battesimo è l'espressione simbolica della nostra realtà che nella nascita potrebbe non essere colta in tutto il suo significato, è rendere chiaro ciò che è contenuto nella nascita. Alla luce di Cristo la nascita è l'inizio di un cammino per diventare figli di Dio. Per questo il battesimo è unico, non si ripete più, perché non si può più tornare all'inizio; come nella nostra vita non possiamo più tornare ai primi giorni della nostra vita: dobbiamo andare avanti, per giungere al compimento.
Allora quello che per noi è fondamentale è prendere consapevolezza che il cammino si svolge per un'energia che ci è offerta, per un dono di vita che continuamente ci è rinnovato: Dio è fonte della vita, per Lui tutti viviamo. Paolo riprenderà questa dottrina quando ad Atene afferma: "in lui viviamo, ci muoviamo e siamo" (At.17,28). Questa consapevolezza deve accompagnare ogni nostra giornata, ogni nostra azione, proprio per crescere come figli di Dio, per sviluppare questa dimensione profonda della nostra persona, quella per cui poi potremo nella morte entrare in una nuova dimensione di vita.
Ogni preghiera che facciamo, nella giornata o anche qui quando ci raccogliamo, vuole essere l'allenamento per imparare a vivere in questo atteggiamento. Altrimenti ci disperdiamo nelle cose, cioè ci 'alieniamo', per usare una parola molto densa di significato: diventiamo schiavi dei nostri beni, del successo, del lavoro..., veniamo venduti alle cose. Basta un piccolo problema, una parola di umiliazione che riceviamo, un piccolo fallimento delle nostre attività, a sconvolgerci, perché perdiamo l'orizzonte. O anche una parola di lode che ci illude di essere noi capaci di fare le cose. O il successo... Tutto ci può condurre fuori, tutto ci può alienare. Ma proprio per questo tutto può essere vissuto nella consapevolezza che Dio è fonte della nostra esistenza, per Lui tutti noi viviamo, per cui in tutte le attività potremo mantenere la libertà dei figli.
Per questo Gesù poteva dire: "Io non faccio nulla da me stesso, il Padre compie in me le sue opere" (Gv.14,10). Se noi potessimo giungere a dire questo! Ma non è un fatto meccanico, che avviene solo perché lo pensiamo: avviene perché assumiamo quell’atteggiamento di accoglienza, di sintonia a cui appunto la preghiera deve condurci.
Diventare degni della resurrezione.
Il secondo insegnamento è conseguente: diventare degni della resurrezione.
Spesso noi colleghiamo questa affermazione col dopo morte, come se il diventare degni della resurrezione sia la condizione necessaria e assoluta per esserlo definitivamente. In realtà, se siamo veramente coerenti con l'affermazione che non possiamo sapere nulla del dopo morte perché non abbiamo le categorie per pensarlo, dovremmo dire che questa affermazione vale solo in rapporto alla nostra esistenza. Diventare degni della resurrezione significa quindi accogliere così l'azione di Dio da sapere morire in continuità. Ma questo non esclude che anche chi non diventa degno della resurrezione non abbia poi la possibilità di pervenire alla vita definitiva. In fondo la dottrina del Purgatorio ci insegna che possiamo diventare degni della risurrezione.
Il Purgatorio non è un luogo, di per sé non è neppure necessario che sia un tempo. Voi sapete che gli antichi distinguevano il tempo, l'evo e l'eternità. Ma dal momento che noi non sappiamo quali siano le caratteristiche della vita futura, non abbiamo neppure le categorie per giudicare i ritmi di vita che vivremo, per cui non possiamo neppure pensare al tempo del Purgatorio.
Questo lo dico perché molte volte si interpretavano le indulgenze come la durata di permanenza nel Purgatorio. C’erano anche delle indicazioni precise, si diceva per esempio che c'era un'indulgenza di sette anni e sette mesi. Paolo VI ha eliminato queste indicazioni temporali che riguardavano i tempi di penitenza richiesti per essere ammessi nuovamente all'Eucarestia. L’indulgenza era l'annullamento del tempo fissato dalla legge penitenziale, attraverso alcune pratiche, per esempio particolari preghiere o un pellegrinaggio. Queste formule non riguardano il Purgatorio.
Non dobbiamo applicare la nostra categoria del tempo al dopo morte. Può essere che nell'istante della morte vediamo con tale lucidità o cogliamo con tale forza l'azione di Dio, da giungiamo a pienezza di vita.
Quello che è importante è rendersi conto che il Regno qui sulla terra continua perché alcuni giungono ad essere degni della resurrezione, cioè giungono a vivere con tale fedeltà il dono della vita, da diffonderla e da prevalere sulle dinamiche di morte. Oggi il problema si pone in modo molto concreto, perché realmente gli uomini sono nella condizione di distruggere almeno le forme più complesse di vita.
Questo è l'aspetto fondamentale su cui fermarci a riflettere. Mentre il problema del dopo morte è inutile che lo consideriamo, perché non abbiamo gli elementi e i criteri per capire.
Il criterio perciò che la resurrezione ci offre è un criterio per vivere oggi, non per sapere come saremo domani. Qui sulla terra possiamo tradire questa missione e non crescere come figli e non consentire al Regno di Dio di espandersi. La giustizia non si realizza, l'amore tra gli uomini non si sviluppa, la storia umana può finire tragicamente, se non ci sono figli degni della vita, figli di Dio degni della resurrezione. Può finire non come punizione, Dio non punisce il peccato: noi stessi ci puniamo peccando, cioè impediamo alla vita di fluire.
Il messaggio perciò che Gesù ci lascia oggi è proprio questo: vivere così intensamente il rapporto col Padre da diventare degni della vita, cioè da far continuare l'azione di Dio qui sulla terra, per giungere a un compimento umano che l’umanità ancora non ha raggiunto. Perché questa storia continui devono esserci figli degni della resurrezione, figli di Dio. Tutti per questo siamo chiamati a diventarlo.