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22-XXIXa Domenica del Tempo Ordinario – Anno C
XXIXa Domenica del Tempo Ordinario – Anno C
Lc. 18, 1-8
Ambiguità e forza della preghiera
Abbiamo ascoltato dalla lettura del Vangelo che Gesù “insegnò questa parabola perché imparassero a pregare sempre”. Com’è possibile pregare sempre e cosa significa?
Prima di tutto facciamo una distinzione chiara tra le orazioni da una parte e la preghiera dall’altra. Le orazioni sono le formule che recitiamo, i gesti che compiamo, i riti che celebriamo (anche i riti appartengono infatti all’ambito simbolico della nostra vita spirituale, ordinati alla vita di preghiera). Ma la vita di preghiera è un’altra cosa: la vita di preghiera è l’esercizio della presenza di Dio, è affrontare tutte le situazioni consapevoli della Sua azione che ci avvolge, della Sua parola che ci anima. Tutto questo però sempre nei limiti delle situazioni create: anche i nostri desideri buoni infatti portano l’insufficienza della nostra condizione e contengono certamente delle ambiguità, per cui dobbiamo purificare continuamente i nostri atteggiamenti di accoglienza e di ascolto.
La preghiera è precisamente l’atteggiamento di ascolto-accoglienza della parola-azione di Dio che nella nostra vita si esercita attraverso le tensioni interiori, le esperienze e le relazioni.
A che cosa è ordinata questa parola-azione di Dio in noi? Alla Sua giustizia, dice qui il Vangelo: “e Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui? Noi saremmo portati a interpretare il termine ‘giustizia’ nel senso della realizzazione dei nostri diritti, dei nostri desideri, delle nostre legittime rivendicazioni. Invece la giustizia di Dio, nel senso biblico, è la santità, la perfezione che Egli comunica agli uomini perché possano raggiungere la loro identità di figli di Dio, possano cioè sviluppare la loro dimensione spirituale, quella per cui la nostra esistenza ha un significato. Per questo sarebbe sbagliato interpretare la preghiera come il mezzo per realizzare i nostri desideri o anche i nostri bisogni terreni fondamentali, perché la preghiera è ordinata alla giustizia di Dio in noi.
Esiste tuttavia una connessione tra la preghiera e la realizzazione dei nostri desideri, però è condizionata al primo fine essenziale della preghiera: quando infatti giungiamo realmente a vivere alla Sua presenza, nell’accoglienza continua della Sua parola-azione - quindi nella consapevolezza di fondo della nostra chiamata a diventare figli Suoi - anche le situazioni concrete di ogni giorno sono vissute nel modo migliore possibile, cioè in modo da compiere i nostri desideri anzi, in modo da realizzare anche miracoli.
Certamente anche i miracoli accadono, ma sempre nel limite della condizione creata, perché è sempre la creatura che li compie, non è mai Dio che fa il miracolo. L’azione di Dio è sempre presente, la Sua forza creatrice sempre alimenta la nostra azione, ma noi la accogliamo nel limite della nostra condizione creata e quindi nella insufficienza. Noi possiamo realmente, anche attraverso la preghiera, giungere a compiere miracoli: non perché sollecitiamo Dio a fare qualcosa al nostro posto, ma perché noi entriamo così in sintonia con la parola-azione della vita, con quella forza che ci investe, che riusciamo ad esprimerla in modo nuovo. In ogni caso è il risultato di quella sintonia o armonia di vita, che risulta quando viviamo consapevolmente alla presenza di Dio.
Come allora concretamente vivere pregando sempre, come Gesù ci chiede?
Prima di tutto vorrei sottolineare che Gesù questo l’ha insegnato perché lo viveva. Dal Vangelo appare con chiarezza questa sua attitudine fondamentale: egli viveva continuamente alla presenza di Dio. Almeno nell’età adulta, nella vita pubblica. Prima non sappiamo. Luca riferisce l’episodio accaduto a dodici anni, dove appare con chiarezza la sua profonda tensione interiore che certamente aveva ereditato dal suo ambiente: “Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2, 49). Ma questo dei dodici anni è un piccolo indizio, noi conosciamo Gesù solo nella vita pubblica e lì appare con chiarezza che viveva consapevole sempre della parola-azione del Padre in lui. Era cresciuto giorno dopo giorno in questa prospettiva e aveva imparato a pregare, a mettersi in atteggiamento di ascolto-accoglienza della parola del Padre: “cresceva in sapienza, età e grazia”, dice appunto Luca nel suo Vangelo (2,52).
Nella vita pubblica l’atteggiamento orante appare con chiarezza: tutti i momenti importanti della sua esistenza sono anche momenti di preghiera.
Il primo è il momento del Battesimo, che segna l’inizio della sua vita pubblica. Luca dice: “Mentre Gesù, appena ricevuto il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì … e vi fu una voce dal cielo” (Lc. 3,21). E’ l’esperienza della sua chiamata che si realizza nella preghiera.
Nei momenti di crisi Gesù si ritira in preghiera. “Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare ed egli pose loro questa domanda «le folle chi dicono che io sia?»” (Mt.16,13). Gesù stava facendo una scelta importante nella sua vita, la scelta del messianismo del servizio, cioè della spiritualità del Servo. Per questo pregava.
Circa 8 giorni dopo conduce Pietro Giacomo e Giovanni sul monte a pregare (Lc.9,28), appunto perché avevano resistenze ad accettare la sua prospettiva.
E ancora: prima di scegliere gli apostoli passa la notte intera a pregare (Lc. 6,12-13)..
Quando Marco delinea una prima giornata della sua vita pubblica la comincia con un episodio significativo: Pietro va a chiamare Gesù nella stanza dove dormiva ma non lo trova, perché quando ancora era buio si era alzato ed era andato sul colle a pregare (Mc.1,35).
In realtà quello di Gesù era un atteggiamento continuo. Fino alla preghiera insistente e drammatica dell’Orto del Getsemani (Mt.26,36) e l’invito agli apostoli: “Pregate per non entrare in tentazione” (Lc.22,40).
Quel giorno, appunto, Gesù disse una parabola per insegnare a pregare sempre, perché era la sua attitudine interiore: Gesù viveva alla presenza del Padre.
Anche noi dovremmo vivere costantemente in questa consapevolezza che ciò che è in azione nella nostra vita è molto di più della piccola realtà. Certo, in noi non ha assunto finora forma maggiore, perché siamo nel tempo e non possiamo accogliere la sua azione se non a piccoli frammenti, giorno dopo giorno; e poi ci sono le nostre pigrizie, le nostre resistenze. Ma l’energia che ci alimenta è molto maggiore, per cui può assumere una forma nuova, può esprimersi in un modo molto più profondo. La preghiera è precisamente l’atteggiamento di ascolto-accoglienza della forza della vita perché in noi possa pervenire a quella forma progressiva a cui ogni giorno siamo chiamati.
Cosa vuol dire allora concretamente per noi ‘pregare sempre’?
Vuol dire educarsi a vivere tutte le situazioni, le esperienze di ogni giorno - gioiose, di lavoro, di sofferenza, di stanchezza, di desolazione, di tristezza - consapevoli di un’azione che in noi si esercita, di una Parola che in noi risuona e ci chiama, offrendoci doni di vita eterna, cioè quella ricchezza interiore che consente la nostra crescita di figli di Dio. Quando vivendola ne facciamo esperienza, anche limitata - qualche ora, qualche periodo - scopriamo che non solo è possibile, ma che conduce ad un’armonia profonda della persona.
A che serve allora l’orazione che facciamo qui insieme? Serve per riportarci nella lunghezza d’onda della parola-azione di Dio in noi, cioè per allenarci a vivere nell’attitudine di raccoglimento e di interiorità. Le diverse situazioni dell’esistenza, infatti, facilmente ci distraggono, ci portano fuori, ci allontanano da questa presenza. Non solo: siccome noi abbiamo cominciato la nostra esistenza con attitudini completamente diverse, attratti dalle cose, dall’esteriorità, affascinati dai giocattoli, dagli idoli e così via, allora certamente le abitudini di esteriorità sono profondamente radicate in noi e si rinnovano continuamente, al punto da prevalere anche sulle esperienze che ogni giorno possiamo fare.
E’ un cammino lungo, quindi, il nostro: potremmo giungere ad una condizione di tale consapevolezza dell’azione di Dio – e alcuni santi vi sono pervenuti – da non avere neppure più bisogno di dire orazioni, di partecipare a riti, di pronunciare formule per pregare, perché tutto diventa preghiera. E’ la condizione estrema, è il traguardo ultimo, quello che almeno dovremmo imparare ad esercitare nella morte, perché dovremo essere in grado di vivere quel momento supremo nell’abbandono fiducioso alla Sua presenza, senza essere più distratti, portati fuori da altre tensioni o altre preoccupazioni: nella morte non resta altro che consegnarsi senza riserve.
Potremmo anche anticipare quel momento di consapevolezza piena nella nostra esistenza, quando non avremo più bisogno di altri riti, perché la nostra vita diventa ‘il’ rito. Lì si realizzerebbe quella parola profonda di Gesù: “viene l’ora, ed è questa, in cui i veri adoratori adoreranno Dio in spirito e verità” (Gv.4,23). Ed è questa l’ora della preghiera autentica. Noi possiamo realmente giungere all’esperienza di adorare Dio in spirito e verità.
Paolo riassume questo discorso di Gesù con un invito rivolto ai Romani, quando dice, all’inizio della parte parenetica: “Vi scongiuro, per la misericordia di Dio, offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rom.12,1). Sacrificio: non pensate all’uccisione di animali o alla sofferenza. La parola ‘sacrificio’ in italiano è legata a queste immagini, ma in realtà nel senso originario di ‘sacrum facere’ vuol dire ‘riservare una cosa a Dio’. Per cui potremmo tradurre così le parole di Paolo: fate della vostra esistenza un ambito della rivelazione di Dio, della Sua azione, della risonanza della Sua Parola. Potremmo dire che celebriamo l’Eucaristia per imparare ad offrire i nostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, per fare della nostra esistenza un culto spirituale.
Se giungessimo a vivere in questo modo, non avremmo neppure più bisogno di continuare ad incontrarci; siccome però ci è molto difficile vivere pregando sempre, cioè nell’atteggiamento di culto spirituale continuo, allora abbiamo bisogno di tornare a incontrarci nuovamente.
In più, poi, il nostro peccato ci impedisce di vivere costantemente alla presenza di Dio, per cui anche la preghiera di ogni giorno e l’eventuale Eucarestia quotidiana diventa la purificazione dal peccato. Infatti noi celebriamo l’Eucarestia ‘per la remissione dei peccati’, come diciamo nelle parole della consacrazione: “il sangue versato per la remissione dei peccati”. E ogni giorno nella preghiera delle lodi ripetiamo il cantico di Zaccaria, il Benedictus, dove c’è scritto che abbiamo ottenuto “la conoscenza della salvezza per la remissione dei peccati” (Lc.1,77). Abbiamo bisogno continuamente di ritornare al calice del sangue – per portare questa metafora biblica – per la remissione dei peccati, per essere purificati dal male.
Ma anche questo esercizio della purificazione dal male può condurci, se lo viviamo bene, a vivere costantemente alla presenza di Dio misericordioso, per accogliere la sua parola-azione che ci purifica dal nostro male.
Quindi vedete che tutti e due gli aspetti fondamentali della preghiera cristiana - quello dell’accoglienza dell’azione di Dio che ci conduce alla nostra identità filiale e quello dell’accoglienza della Sua misericordia per la purificazione dal peccato - ci conducono a imparare a vivere alla sua presenza e quindi ad offrire i nostri corpi come culto spirituale, santo e gradito a Dio. Allora tutte le esperienze che compiamo possono diventare positive e salvifiche e potremo sperimentare una gioia profonda.
E’ affidato a noi tutto questo. E’ affidato alla nostra fede. Anche a noi Gesù ripete: “La tua fede ti ha salvato”.
Lc. 18, 1-8
Ambiguità e forza della preghiera
Abbiamo ascoltato dalla lettura del Vangelo che Gesù “insegnò questa parabola perché imparassero a pregare sempre”. Com’è possibile pregare sempre e cosa significa?
Prima di tutto facciamo una distinzione chiara tra le orazioni da una parte e la preghiera dall’altra. Le orazioni sono le formule che recitiamo, i gesti che compiamo, i riti che celebriamo (anche i riti appartengono infatti all’ambito simbolico della nostra vita spirituale, ordinati alla vita di preghiera). Ma la vita di preghiera è un’altra cosa: la vita di preghiera è l’esercizio della presenza di Dio, è affrontare tutte le situazioni consapevoli della Sua azione che ci avvolge, della Sua parola che ci anima. Tutto questo però sempre nei limiti delle situazioni create: anche i nostri desideri buoni infatti portano l’insufficienza della nostra condizione e contengono certamente delle ambiguità, per cui dobbiamo purificare continuamente i nostri atteggiamenti di accoglienza e di ascolto.
La preghiera è precisamente l’atteggiamento di ascolto-accoglienza della parola-azione di Dio che nella nostra vita si esercita attraverso le tensioni interiori, le esperienze e le relazioni.
A che cosa è ordinata questa parola-azione di Dio in noi? Alla Sua giustizia, dice qui il Vangelo: “e Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui? Noi saremmo portati a interpretare il termine ‘giustizia’ nel senso della realizzazione dei nostri diritti, dei nostri desideri, delle nostre legittime rivendicazioni. Invece la giustizia di Dio, nel senso biblico, è la santità, la perfezione che Egli comunica agli uomini perché possano raggiungere la loro identità di figli di Dio, possano cioè sviluppare la loro dimensione spirituale, quella per cui la nostra esistenza ha un significato. Per questo sarebbe sbagliato interpretare la preghiera come il mezzo per realizzare i nostri desideri o anche i nostri bisogni terreni fondamentali, perché la preghiera è ordinata alla giustizia di Dio in noi.
Esiste tuttavia una connessione tra la preghiera e la realizzazione dei nostri desideri, però è condizionata al primo fine essenziale della preghiera: quando infatti giungiamo realmente a vivere alla Sua presenza, nell’accoglienza continua della Sua parola-azione - quindi nella consapevolezza di fondo della nostra chiamata a diventare figli Suoi - anche le situazioni concrete di ogni giorno sono vissute nel modo migliore possibile, cioè in modo da compiere i nostri desideri anzi, in modo da realizzare anche miracoli.
Certamente anche i miracoli accadono, ma sempre nel limite della condizione creata, perché è sempre la creatura che li compie, non è mai Dio che fa il miracolo. L’azione di Dio è sempre presente, la Sua forza creatrice sempre alimenta la nostra azione, ma noi la accogliamo nel limite della nostra condizione creata e quindi nella insufficienza. Noi possiamo realmente, anche attraverso la preghiera, giungere a compiere miracoli: non perché sollecitiamo Dio a fare qualcosa al nostro posto, ma perché noi entriamo così in sintonia con la parola-azione della vita, con quella forza che ci investe, che riusciamo ad esprimerla in modo nuovo. In ogni caso è il risultato di quella sintonia o armonia di vita, che risulta quando viviamo consapevolmente alla presenza di Dio.
Come allora concretamente vivere pregando sempre, come Gesù ci chiede?
Prima di tutto vorrei sottolineare che Gesù questo l’ha insegnato perché lo viveva. Dal Vangelo appare con chiarezza questa sua attitudine fondamentale: egli viveva continuamente alla presenza di Dio. Almeno nell’età adulta, nella vita pubblica. Prima non sappiamo. Luca riferisce l’episodio accaduto a dodici anni, dove appare con chiarezza la sua profonda tensione interiore che certamente aveva ereditato dal suo ambiente: “Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2, 49). Ma questo dei dodici anni è un piccolo indizio, noi conosciamo Gesù solo nella vita pubblica e lì appare con chiarezza che viveva consapevole sempre della parola-azione del Padre in lui. Era cresciuto giorno dopo giorno in questa prospettiva e aveva imparato a pregare, a mettersi in atteggiamento di ascolto-accoglienza della parola del Padre: “cresceva in sapienza, età e grazia”, dice appunto Luca nel suo Vangelo (2,52).
Nella vita pubblica l’atteggiamento orante appare con chiarezza: tutti i momenti importanti della sua esistenza sono anche momenti di preghiera.
Il primo è il momento del Battesimo, che segna l’inizio della sua vita pubblica. Luca dice: “Mentre Gesù, appena ricevuto il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì … e vi fu una voce dal cielo” (Lc. 3,21). E’ l’esperienza della sua chiamata che si realizza nella preghiera.
Nei momenti di crisi Gesù si ritira in preghiera. “Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare ed egli pose loro questa domanda «le folle chi dicono che io sia?»” (Mt.16,13). Gesù stava facendo una scelta importante nella sua vita, la scelta del messianismo del servizio, cioè della spiritualità del Servo. Per questo pregava.
Circa 8 giorni dopo conduce Pietro Giacomo e Giovanni sul monte a pregare (Lc.9,28), appunto perché avevano resistenze ad accettare la sua prospettiva.
E ancora: prima di scegliere gli apostoli passa la notte intera a pregare (Lc. 6,12-13)..
Quando Marco delinea una prima giornata della sua vita pubblica la comincia con un episodio significativo: Pietro va a chiamare Gesù nella stanza dove dormiva ma non lo trova, perché quando ancora era buio si era alzato ed era andato sul colle a pregare (Mc.1,35).
In realtà quello di Gesù era un atteggiamento continuo. Fino alla preghiera insistente e drammatica dell’Orto del Getsemani (Mt.26,36) e l’invito agli apostoli: “Pregate per non entrare in tentazione” (Lc.22,40).
Quel giorno, appunto, Gesù disse una parabola per insegnare a pregare sempre, perché era la sua attitudine interiore: Gesù viveva alla presenza del Padre.
Anche noi dovremmo vivere costantemente in questa consapevolezza che ciò che è in azione nella nostra vita è molto di più della piccola realtà. Certo, in noi non ha assunto finora forma maggiore, perché siamo nel tempo e non possiamo accogliere la sua azione se non a piccoli frammenti, giorno dopo giorno; e poi ci sono le nostre pigrizie, le nostre resistenze. Ma l’energia che ci alimenta è molto maggiore, per cui può assumere una forma nuova, può esprimersi in un modo molto più profondo. La preghiera è precisamente l’atteggiamento di ascolto-accoglienza della forza della vita perché in noi possa pervenire a quella forma progressiva a cui ogni giorno siamo chiamati.
Cosa vuol dire allora concretamente per noi ‘pregare sempre’?
Vuol dire educarsi a vivere tutte le situazioni, le esperienze di ogni giorno - gioiose, di lavoro, di sofferenza, di stanchezza, di desolazione, di tristezza - consapevoli di un’azione che in noi si esercita, di una Parola che in noi risuona e ci chiama, offrendoci doni di vita eterna, cioè quella ricchezza interiore che consente la nostra crescita di figli di Dio. Quando vivendola ne facciamo esperienza, anche limitata - qualche ora, qualche periodo - scopriamo che non solo è possibile, ma che conduce ad un’armonia profonda della persona.
A che serve allora l’orazione che facciamo qui insieme? Serve per riportarci nella lunghezza d’onda della parola-azione di Dio in noi, cioè per allenarci a vivere nell’attitudine di raccoglimento e di interiorità. Le diverse situazioni dell’esistenza, infatti, facilmente ci distraggono, ci portano fuori, ci allontanano da questa presenza. Non solo: siccome noi abbiamo cominciato la nostra esistenza con attitudini completamente diverse, attratti dalle cose, dall’esteriorità, affascinati dai giocattoli, dagli idoli e così via, allora certamente le abitudini di esteriorità sono profondamente radicate in noi e si rinnovano continuamente, al punto da prevalere anche sulle esperienze che ogni giorno possiamo fare.
E’ un cammino lungo, quindi, il nostro: potremmo giungere ad una condizione di tale consapevolezza dell’azione di Dio – e alcuni santi vi sono pervenuti – da non avere neppure più bisogno di dire orazioni, di partecipare a riti, di pronunciare formule per pregare, perché tutto diventa preghiera. E’ la condizione estrema, è il traguardo ultimo, quello che almeno dovremmo imparare ad esercitare nella morte, perché dovremo essere in grado di vivere quel momento supremo nell’abbandono fiducioso alla Sua presenza, senza essere più distratti, portati fuori da altre tensioni o altre preoccupazioni: nella morte non resta altro che consegnarsi senza riserve.
Potremmo anche anticipare quel momento di consapevolezza piena nella nostra esistenza, quando non avremo più bisogno di altri riti, perché la nostra vita diventa ‘il’ rito. Lì si realizzerebbe quella parola profonda di Gesù: “viene l’ora, ed è questa, in cui i veri adoratori adoreranno Dio in spirito e verità” (Gv.4,23). Ed è questa l’ora della preghiera autentica. Noi possiamo realmente giungere all’esperienza di adorare Dio in spirito e verità.
Paolo riassume questo discorso di Gesù con un invito rivolto ai Romani, quando dice, all’inizio della parte parenetica: “Vi scongiuro, per la misericordia di Dio, offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rom.12,1). Sacrificio: non pensate all’uccisione di animali o alla sofferenza. La parola ‘sacrificio’ in italiano è legata a queste immagini, ma in realtà nel senso originario di ‘sacrum facere’ vuol dire ‘riservare una cosa a Dio’. Per cui potremmo tradurre così le parole di Paolo: fate della vostra esistenza un ambito della rivelazione di Dio, della Sua azione, della risonanza della Sua Parola. Potremmo dire che celebriamo l’Eucaristia per imparare ad offrire i nostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, per fare della nostra esistenza un culto spirituale.
Se giungessimo a vivere in questo modo, non avremmo neppure più bisogno di continuare ad incontrarci; siccome però ci è molto difficile vivere pregando sempre, cioè nell’atteggiamento di culto spirituale continuo, allora abbiamo bisogno di tornare a incontrarci nuovamente.
In più, poi, il nostro peccato ci impedisce di vivere costantemente alla presenza di Dio, per cui anche la preghiera di ogni giorno e l’eventuale Eucarestia quotidiana diventa la purificazione dal peccato. Infatti noi celebriamo l’Eucarestia ‘per la remissione dei peccati’, come diciamo nelle parole della consacrazione: “il sangue versato per la remissione dei peccati”. E ogni giorno nella preghiera delle lodi ripetiamo il cantico di Zaccaria, il Benedictus, dove c’è scritto che abbiamo ottenuto “la conoscenza della salvezza per la remissione dei peccati” (Lc.1,77). Abbiamo bisogno continuamente di ritornare al calice del sangue – per portare questa metafora biblica – per la remissione dei peccati, per essere purificati dal male.
Ma anche questo esercizio della purificazione dal male può condurci, se lo viviamo bene, a vivere costantemente alla presenza di Dio misericordioso, per accogliere la sua parola-azione che ci purifica dal nostro male.
Quindi vedete che tutti e due gli aspetti fondamentali della preghiera cristiana - quello dell’accoglienza dell’azione di Dio che ci conduce alla nostra identità filiale e quello dell’accoglienza della Sua misericordia per la purificazione dal peccato - ci conducono a imparare a vivere alla sua presenza e quindi ad offrire i nostri corpi come culto spirituale, santo e gradito a Dio. Allora tutte le esperienze che compiamo possono diventare positive e salvifiche e potremo sperimentare una gioia profonda.
E’ affidato a noi tutto questo. E’ affidato alla nostra fede. Anche a noi Gesù ripete: “La tua fede ti ha salvato”.