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19-XXVI ord annoC

26 Domenica del Tempo Ordinario – Anno C

Lc. 16, 19-31

Le scelte quotidiane condizionano il destino: gestire i beni


Dopo aver ascoltato la parabola del ricco cattivo e del povero Lazzaro, forse saremmo tentati di riflettere sulla dottrina del dopo morte, sull'inferno e sul paradiso, che sembrerebbe essere presentata qui da Gesù. Ma sarebbe certamente falsare il suo insegnamento, che riguarda il modo di gestire i beni che possediamo, ed eludere le esigenze di conversione che questa sua parola ci presenta. Noi infatti siamo certamente dalla parte dei ricchi, anche se nella nostra società non eccelliamo sugli altri; ma se ci paragoniamo con tutti i popoli della terra, certamente noi possiamo ogni giorno banchettare lautamente, abbiamo certamente più cibo di quanto ci serve per vivere. Per cui dobbiamo fermarci a considerare questo aspetto dell'insegnamento di Gesù. Il resto, quello relativo al dopo morte, è solo la cornice, condizionata dalla cultura del tempo.

Le nostre scelte quotidiane incidono sul nostro destino ultimo.

Per capire bene la portata dell'insegnamento che Gesù ci rinnova dobbiamo ricordare un principio: le scelte che noi compiamo ogni giorno incidono nel nostro destino ultimo, sia perché ci consentono di pervenire all'identità definitiva, di raggiungere cioè quella condizione in cui possiamo assumere il nome per noi scritto nel cielo, sia perché caratterizzano il nostro divenire quotidiano.
Il primo aspetto è quello più fondamentale. Le immagini che Gesù utilizza - immagini popolari del modo in cui pensavano il dopo morte, secondo i modelli correnti a quel tempo - ci indicano infatti un dato centrale: che noi possiamo fallire in questo cammino, possiamo non pervenire ad acquisire la nostra identità. Noi siamo infatti in uno stato provvisorio, siamo in processo, non siamo già costituiti nella nostra identità personale: la acquisiamo ogni giorno attraverso le scelte che compiamo, e quindi anche attraverso il modo come gestiamo le ricchezze che abbiamo a disposizione.
E, secondo aspetto, le scelte che compiamo ogni giorno incidono nella qualità della nostra identità: anche se non falliamo nel nostro cammino, le caratteristiche fondamentali della nostra persona vengono determinate dalle scelte che compiamo.
Per questo dobbiamo essere molto responsabili, per tutti gli aspetti della nostra vita. Non dobbiamo considerarli semplicemente come leggi morali che vogliamo osservare: sono leggi di vita, cioè noi diventiamo attraverso le scelte che compiamo, i pensieri che alimentiamo, i desideri che coltiviamo, le parole che diciamo, i rapporti che viviamo. Diventiamo. Questa è la responsabilità che abbiamo ciascuno di noi nei confronti di se stesso. Ma poi nei confronti degli altri, perché attraverso quello che noi diventiamo siamo in grado di offrire doni di vita agli altri, per cui cresciamo insieme.
Questo è il primo dato che dobbiamo tenere presente. Non è il centro dell'insegnamento di questa parabola, però è un principio importante da tenere bene di fronte agli occhi, per capire il senso del messaggio centrale, che riguarda il modo come gestire i beni che possediamo.

Il criterio con cui gestire i nostri beni: i poveri.

Già domenica scorsa abbiamo visto l'insegnamento di Gesù: "Fatevi degli amici attraverso l'iniqua ricchezza". E qui l'indicazione è molto precisa: il criterio con cui gestire i beni che abbiamo sono i poveri. Oggi i poveri del mondo, perché le scelte che dobbiamo compiere hanno una risonanza che va oltre il nostro piccolo orizzonte: sono i processi stessi dell'economia, del commercio, della vita dell'umanità, che conferiscono questo carattere planetario alle nostre scelte, buone e cattive.
Perché questo ricco viene rimproverato da Gesù e quali meccanismi lo conducevano a disprezzare il povero, a non tenere in conto la sua sofferenza?
Possiamo individuare almeno due ragioni di questo comportamento.

L’arroganza che deriva dalla convinzione che la ricchezza sia segno della benedizione di Dio.

La prima - legata anche alla cultura del tempo, ma che soggiace a dei meccanismi profondi che anche noi viviamo - è la convinzione che il ricco è tale perché benedetto da Dio; è 'fortunato', per dirlo con un termine laico, ma che comporta la stessa sacralità. Allora per il fatto di essere ricchi ci crediamo dalla parte del bene e ci sentiamo autorizzati per questo a giudicare gli altri dall'alto, a non prendere a carico le loro sofferenze: non ci riguardano, perché noi siamo benedetti da Dio, siamo protetti.
Anche le convinzioni religiose sono sempre ambigue, anche le idee-forza che guidano il nostro cammino possono diventare strumenti di morte. Oggi lo vediamo bene in certi deliri dei fondamentalisti, ma lo viviamo anche noi e vale anche per le nostre esperienze religiose. Dobbiamo sempre ricordarlo: tutto ciò che noi esprimiamo e che noi viviamo contiene l'ambiguità del male, dell'imperfezione, dell'inadeguatezza. Noi invece spesso cadiamo nell'errore di pensare che se c'è del bene è tutto il bene, che se c'è della verità è tutta la verità, che se c'è un po' di giustizia è tutta la giustizia. E' questa idolatria che ci conduce poi a disprezzare gli altri, a non tenere conto del bene, della verità, della giustizia che è anche negli altri - anche se diversa, perché ciascuno ha solo piccoli frammenti di vita e di perfezione.
L’arroganza che viene dalla ricchezza, dai beni posseduti, ci fa sentire superiori agli altri. Per questo ogni volta che ci sono delle espressioni di male, di violenza, noi sempre puntiamo il dito sugli altri: non ci mettiamo mai dalla parte dei peccatori, mentre apparteniamo allo stesso genere umano, alla stessa condizione di imperfezione e di male. Per cui alimentiamo la violenza, l'ingiustizia e diventiamo quindi strumenti del male nel mondo.
Ogni volta che ci incontriamo qui per l’Eucarestia dobbiamo riconoscere questa arroganza che ci viene dalla ricchezza e dai beni posseduti, per assumere un atteggiamento di accoglienza della misericordia di Dio, ma soprattutto per accogliere quella forza dello Spirito che ci conduce poi alla conversione.

La convinzione che la nostra ricchezza sia giusta perché acquisita secondo le leggi.

Il secondo meccanismo che viviamo è quello di ritenerci nella giustizia perché i beni che possediamo li abbiamo acquisiti secondo le leggi degli uomini. Certo, quando non li abbiamo acquisiti secondo le leggi degli uomini la cosa è ancora più grave, ma c'è già una malizia in questo fatto: anche se abbiamo osservato tutte le leggi, le ricchezze che possediamo hanno un elemento di ingiustizia, perché le leggi le hanno fissate gli uomini, imperfetti.
In questo oggi noi siamo molto più avvertiti che nel passato, quando molti pensavano che ci fossero delle leggi divine, perfette, assolute. Per millenni l'umanità è vissuta in questa convinzione che fossero stati gli dei o fosse stato il Dio di Mosè o il Dio di Maometto a formulare delle leggi valide per sempre e per tutti. Oggi sappiamo che non è così, perché le leggi sono sempre gli uomini che le formulano: anche quando vivono un rapporto con Dio e si lasciano condurre dal suo Spirito e dalla sua Parola, è sempre in forma limitata, inadeguata e imperfetta che gli uomini riescono a tradurre le esigenze di Dio - cioè le esigenze della vita, le esigenze del bene, le esigenze della giustizia - nelle leggi che formulano.
Quindi non possiamo attribuire alle leggi la condizione giusta della nostra ricchezza, dei beni che possediamo: dobbiamo riconoscere che c'è sempre una componente di ingiustizia che va corretta e superata.
Anche la convinzione che le nostre ricchezze siano giuste, insieme all'arroganza di cui prima parlavo, conduce alla sicurezza illusoria che ormai siamo dalla parte della giustizia, per cui non dobbiamo preoccuparci di nulla. Avete sentito nella prima lettura il profeta Amos che parlava della sicurezza che viene dai beni posseduti: “distesi su letti di avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli dei gregge e i vitelli cresciuti nella stalla… ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano” (Amos 6, 4-6) parlava di Samaria e dell'esilio, ma è proprio la sicurezza, che si traduce nel disprezzo degli altri.

Ora, credo che questi atteggiamenti anche noi li viviamo benché nascosti spesso, camuffati, a volte rivestiti anche di parole sacre o di principi religiosi.
E' importante che ci analizziamo bene, perché sono proprio questi meccanismi di arroganza e di superiorità che conducono poi al disprezzo degli altri e che mettono in moto meccanismi di morte che in certi ambienti e in certe persone poi esplodono in forme di violenza omicida. Ma le radici sono molto remote e tutti noi, in un modo o in un altro, le coltiviamo.

Chiediamo allora oggi al Signore una luce per distinguere bene la nostra condizione interiore, per discernere bene i nostri pensieri nascosti, per capire che cosa ci è chiesto perché l'umanità riesca a trovare le strade nuove della fraternità, della giustizia e della pace.
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