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lunedì-venerdì:17.00 - 19.00
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14-Ascensione anno C
Ascensione del Signore – Anno C
Lc. 24, 46-53
Vivere il distacco
Luca nel Vangelo racconta che Gesù, dopo essere apparso nel Cenacolo ai discepoli “li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su in cielo” (Lc 24, 50s).
Il cammino da Gerusalemme al Monte degli Ulivi era molto caro a Gesù. L’aveva percorso tutte le sere dell’ultima sua settimana di vita terrena. A volte l’aveva prolungato fino a Betania dove abitavano gli amici Lazzaro, Marta e Maria. Il monte degli ulivi era anche il luogo dove aveva pregato intensamente la sera dell’ultima cena con i discepoli.
Credo che sia pieno di significato questo ultimo percorso di Gesù sulla terra (nel racconto di Luca almeno) prima dell’ascensione. Era il cammino della sua fedeltà, il luogo della tentazione e della sua risposta ultima: “Non la mia ma la tua volontà sia fatta” (Lc 22,42)
In fondo potremmo dire che l’Ascensione è l’ultimo atto, della morte di Gesù, cioè del suo distacco dagli apostoli e dalla storia. Mentre nel Vangelo Luca (come Giovanni e gli altri Sinottici) pone l’ascensione di Gesù lo stesso giorno di Pasqua negli Atti scrive: “si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando della cose riguardanti il regno di Dio” (At. 1,3). Potremmo dire che Gesù ha avuto la possibilità di dispiegare il distacco della morte in una successione di qualche settimana, o di qualche giorno (il numero ‘quaranta’ è un numero simbolico, quindi non siamo in grado di precisare ulteriormente).
In ogni caso, comunque sia avvenuto, quale che sia stata la durata di questa fase, possiamo dire che gli ultimi giorni costituirono il dispiegarsi della morte di Gesù nei suoi vari aspetti. Perché in fondo l’ascensione è l’ultimo saluto ai suoi, quello che noi siamo chiamati a dare sul letto di morte. L’ascensione condensa infatti tutte le caratteristiche positive della morte.
In primo luogo esprime l’amore che ha realizzato l’interiorizzazione negli altri. Per questo Gesù può dire che rimane con loro, anzi, parla di una presenza che è molto più significativa di quella fisica “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt. 28,20).
La vita spirituale è precisamente la consapevolezza della presenza dello spirito di Cristo in noi. Essa è necessaria precisamente perché Gesù non è presente fisicamente, nello spazio e nel tempo. Ma per certi versi essa è resa possibile proprio per il fatto che Gesù è partito. Se fosse presente nello spazio e nel tempo il rapporto sarebbe un altro meno coinvolgente e significativo, perché la presenza fisica non è la più importante. È necessaria all’inizio: non ci può essere una presenza interiorizzata se non c’è una presenza spazio-temporale. Noi non possiamo interiorizzare nessuno se non lo incontriamo e non viviamo rapporti di visione, di vicinanza, di attenzione, dell’ascolto della parola. Ma questo è l’inizio; la vera presenza a cui l’amore tende è la presenza nell’interiorità, quella che non è legata alla dimensione spazio-temporale. E questo si realizza in modo definitivo solo nella morte.
Perché la presenza si realizzi al livello più profondo è necessario il distacco, cioè è necessario che l’altra persona sia interiorizzata. Per questo Gesù dice: “E’ bene per voi che io me ne vada perché se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito” (Gv 16, 7), cioè: non vivrete la dimensione profonda della mia presenza. È un livello più ricco. Ma è importante rendersi conto che c’è un cammino da compiere per giungere a questo tipo di rapporto.
A questo tipo di presenza corrisponde anche la interiorizzazione che Gesù ha fatto dei suoi, attraverso l’incontro, l’amore che ha esercitato nei loro confronti e l’amore con cui è stato amato dai discepoli, dalle donne che l’hanno seguito, dagli apostoli, da sua madre e gli altri suoi famigliari. Li ha interiorizzati, amandoli, per cui li porta con sé e può affermare: “Vado a prepararvi un posto” (Gv 14,2). Come dire: “Vi porto con me, non vi abbandono”. Nella morte occorre avere imparato a interiorizzare le persone per essere pieni di presenze.
Anche noi in parte abbiamo già avvertito questa esigenza nelle piccole anticipazioni dei distacchi e delle partenze terrene, quando siamo riusciti a portare qualcuno dentro di noi allontanandoci.
Gesù ha vissuto intensamente l’esperienza del distacco e della interiorizzazione e l’ha prolungata in quei giorni, fino all’ultimo saluto: “Vado a prepararvi un posto”. “Vi conduco con me e già vi preparo il posto dove voi verrete”.
Questo è un aspetto fondamentale dell’esperienza di morte, che richiede la capacità di portarsi dentro le persone, senza condurle con noi tenendole per mano.
C’è infine l’altro aspetto della morte che Giovanni sottolinea fortemente, cioè il dono completo, definitivo, del consegnarsi totalmente al punto da donare lo Spirito. Anche qui in Luca c’è la distinzione dei tempi (pone il dono dello Spirito nella Pentecoste). Giovanni unisce tutto nello stesso gesto della morte-risurrezione, perché di fatto il processo è unico: spirò, divenne spirito vivificante e donò lo Spirito. Il tempo è necessario agli apostoli per realizzare e comprendere i diversi momenti del processo in cui sono inseriti, ma da parte di Gesù il dono è totale fin dall’inizio. Il primo momento dell’incontro dopo la resurrezione compendia tutto: “Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! come il Padre ha mandato me anch’io mando voi». Detto questo soffiò e disse loro «Ricevete lo Spirito Santo: a coloro a cui perdonerete i peccati…” (Gv. 20, 21-23). Il primo gesto che Gesù compie nel Vangelo di Giovanni dopo la resurrezione è proprio il dono totale: soffia (sono gesti simbolici), dona lo Spirito e il potere di donare vita. Anche questo gesto è condizionato dalla morte: prima non poteva farlo. Qualche tempo prima Gesù aveva detto: “«Se qualcuno ha sete venga a me e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva»”. Giovanni commenta: “Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato” (Gv. 7, 37-39).
È un processo di interiorizzazione e di offerta che Gesù compie nella sua morte. La morte è un compimento quando l’amore sviluppato lungo l’esistenza perviene a un’espressione così radicale e profonda da consegnare tutto: “Padre nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc. 23, 46). Il dono si riversa sui discepoli: “e chinato il capo, consegnò lo spirito” (Gv 19,30). È una formula che ha ambedue i significati: morì (perché consegnare lo spirito vuol dire spirare) e donò lo spirito.
La morte quando è vissuta realmente come compimento della vita, diventa sviluppo dell’amore che a passi graduali giunge alla radicalità e diventa il dono totale di sé agli altri. Ci consegniamo totalmente a Dio offrendo tutto ai fratelli. Questo la morte ci chiederà di saper fare. Gesù lo ha realizzato in modo esemplare. Nel racconto degli Atti degli apostoli Luca ha distribuito i momenti di questo processo nei quaranta giorni prima del saluto definitivo.
Per questo noi celebriamo l’Ascensione gioiosamente e cantiamo il Gloria… È un momento di festa. In realtà è il distacco definitivo di Gesù dai suoi: non è più sulla terra. È l’aspetto positivo, gioioso della morte, perché rende possibile una presenza nuova di Cristo e rende possibile da parte nostra un’accoglienza nuova del suo dono, il dono dello Spirito.
Se applichiamo questo processo anche alla nostra esistenza, credo che riusciremo a capire in modo nuovo le esperienze di morte che compiamo. Esse richiedono la capacità di interiorizzare le persone, di amare al punto da farci interiorizzare. È anche la modalità con cui noi amiamo gli altri che consente l’interiorizzazione da parte delle persone che amiamo: possiamo amarle in modo da imporre la nostra presenza, da esigere l’attesa del nostro incontro spazio-temporale e possiamo amarle in un modo tale da renderci presenti costantemente nella loro vita e non esigere più altro. Ma questo è possibile quando incominciamo ad amare donando interamente la vita, consegnando lo spirito; come fece Gesù sulla croce e come continuò a fare, finché salutò i suoi e scomparve dalla terra.
Così riusciamo a capire pian piano il cammino che siamo chiamati a compiere lungo i giorni della nostra esistenza, fino a quel momento supremo, a quel giorno in cui risponderemo a una chiamata con un nome che non abbiamo mai ascoltato, il nome che ci è riservato per sempre nel cielo (cfr. Lc 10,20 “rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli” Lc 10,20).
Lc. 24, 46-53
Vivere il distacco
Luca nel Vangelo racconta che Gesù, dopo essere apparso nel Cenacolo ai discepoli “li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su in cielo” (Lc 24, 50s).
Il cammino da Gerusalemme al Monte degli Ulivi era molto caro a Gesù. L’aveva percorso tutte le sere dell’ultima sua settimana di vita terrena. A volte l’aveva prolungato fino a Betania dove abitavano gli amici Lazzaro, Marta e Maria. Il monte degli ulivi era anche il luogo dove aveva pregato intensamente la sera dell’ultima cena con i discepoli.
Credo che sia pieno di significato questo ultimo percorso di Gesù sulla terra (nel racconto di Luca almeno) prima dell’ascensione. Era il cammino della sua fedeltà, il luogo della tentazione e della sua risposta ultima: “Non la mia ma la tua volontà sia fatta” (Lc 22,42)
In fondo potremmo dire che l’Ascensione è l’ultimo atto, della morte di Gesù, cioè del suo distacco dagli apostoli e dalla storia. Mentre nel Vangelo Luca (come Giovanni e gli altri Sinottici) pone l’ascensione di Gesù lo stesso giorno di Pasqua negli Atti scrive: “si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando della cose riguardanti il regno di Dio” (At. 1,3). Potremmo dire che Gesù ha avuto la possibilità di dispiegare il distacco della morte in una successione di qualche settimana, o di qualche giorno (il numero ‘quaranta’ è un numero simbolico, quindi non siamo in grado di precisare ulteriormente).
In ogni caso, comunque sia avvenuto, quale che sia stata la durata di questa fase, possiamo dire che gli ultimi giorni costituirono il dispiegarsi della morte di Gesù nei suoi vari aspetti. Perché in fondo l’ascensione è l’ultimo saluto ai suoi, quello che noi siamo chiamati a dare sul letto di morte. L’ascensione condensa infatti tutte le caratteristiche positive della morte.
In primo luogo esprime l’amore che ha realizzato l’interiorizzazione negli altri. Per questo Gesù può dire che rimane con loro, anzi, parla di una presenza che è molto più significativa di quella fisica “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt. 28,20).
La vita spirituale è precisamente la consapevolezza della presenza dello spirito di Cristo in noi. Essa è necessaria precisamente perché Gesù non è presente fisicamente, nello spazio e nel tempo. Ma per certi versi essa è resa possibile proprio per il fatto che Gesù è partito. Se fosse presente nello spazio e nel tempo il rapporto sarebbe un altro meno coinvolgente e significativo, perché la presenza fisica non è la più importante. È necessaria all’inizio: non ci può essere una presenza interiorizzata se non c’è una presenza spazio-temporale. Noi non possiamo interiorizzare nessuno se non lo incontriamo e non viviamo rapporti di visione, di vicinanza, di attenzione, dell’ascolto della parola. Ma questo è l’inizio; la vera presenza a cui l’amore tende è la presenza nell’interiorità, quella che non è legata alla dimensione spazio-temporale. E questo si realizza in modo definitivo solo nella morte.
Perché la presenza si realizzi al livello più profondo è necessario il distacco, cioè è necessario che l’altra persona sia interiorizzata. Per questo Gesù dice: “E’ bene per voi che io me ne vada perché se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito” (Gv 16, 7), cioè: non vivrete la dimensione profonda della mia presenza. È un livello più ricco. Ma è importante rendersi conto che c’è un cammino da compiere per giungere a questo tipo di rapporto.
A questo tipo di presenza corrisponde anche la interiorizzazione che Gesù ha fatto dei suoi, attraverso l’incontro, l’amore che ha esercitato nei loro confronti e l’amore con cui è stato amato dai discepoli, dalle donne che l’hanno seguito, dagli apostoli, da sua madre e gli altri suoi famigliari. Li ha interiorizzati, amandoli, per cui li porta con sé e può affermare: “Vado a prepararvi un posto” (Gv 14,2). Come dire: “Vi porto con me, non vi abbandono”. Nella morte occorre avere imparato a interiorizzare le persone per essere pieni di presenze.
Anche noi in parte abbiamo già avvertito questa esigenza nelle piccole anticipazioni dei distacchi e delle partenze terrene, quando siamo riusciti a portare qualcuno dentro di noi allontanandoci.
Gesù ha vissuto intensamente l’esperienza del distacco e della interiorizzazione e l’ha prolungata in quei giorni, fino all’ultimo saluto: “Vado a prepararvi un posto”. “Vi conduco con me e già vi preparo il posto dove voi verrete”.
Questo è un aspetto fondamentale dell’esperienza di morte, che richiede la capacità di portarsi dentro le persone, senza condurle con noi tenendole per mano.
C’è infine l’altro aspetto della morte che Giovanni sottolinea fortemente, cioè il dono completo, definitivo, del consegnarsi totalmente al punto da donare lo Spirito. Anche qui in Luca c’è la distinzione dei tempi (pone il dono dello Spirito nella Pentecoste). Giovanni unisce tutto nello stesso gesto della morte-risurrezione, perché di fatto il processo è unico: spirò, divenne spirito vivificante e donò lo Spirito. Il tempo è necessario agli apostoli per realizzare e comprendere i diversi momenti del processo in cui sono inseriti, ma da parte di Gesù il dono è totale fin dall’inizio. Il primo momento dell’incontro dopo la resurrezione compendia tutto: “Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! come il Padre ha mandato me anch’io mando voi». Detto questo soffiò e disse loro «Ricevete lo Spirito Santo: a coloro a cui perdonerete i peccati…” (Gv. 20, 21-23). Il primo gesto che Gesù compie nel Vangelo di Giovanni dopo la resurrezione è proprio il dono totale: soffia (sono gesti simbolici), dona lo Spirito e il potere di donare vita. Anche questo gesto è condizionato dalla morte: prima non poteva farlo. Qualche tempo prima Gesù aveva detto: “«Se qualcuno ha sete venga a me e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva»”. Giovanni commenta: “Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato” (Gv. 7, 37-39).
È un processo di interiorizzazione e di offerta che Gesù compie nella sua morte. La morte è un compimento quando l’amore sviluppato lungo l’esistenza perviene a un’espressione così radicale e profonda da consegnare tutto: “Padre nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc. 23, 46). Il dono si riversa sui discepoli: “e chinato il capo, consegnò lo spirito” (Gv 19,30). È una formula che ha ambedue i significati: morì (perché consegnare lo spirito vuol dire spirare) e donò lo spirito.
La morte quando è vissuta realmente come compimento della vita, diventa sviluppo dell’amore che a passi graduali giunge alla radicalità e diventa il dono totale di sé agli altri. Ci consegniamo totalmente a Dio offrendo tutto ai fratelli. Questo la morte ci chiederà di saper fare. Gesù lo ha realizzato in modo esemplare. Nel racconto degli Atti degli apostoli Luca ha distribuito i momenti di questo processo nei quaranta giorni prima del saluto definitivo.
Per questo noi celebriamo l’Ascensione gioiosamente e cantiamo il Gloria… È un momento di festa. In realtà è il distacco definitivo di Gesù dai suoi: non è più sulla terra. È l’aspetto positivo, gioioso della morte, perché rende possibile una presenza nuova di Cristo e rende possibile da parte nostra un’accoglienza nuova del suo dono, il dono dello Spirito.
Se applichiamo questo processo anche alla nostra esistenza, credo che riusciremo a capire in modo nuovo le esperienze di morte che compiamo. Esse richiedono la capacità di interiorizzare le persone, di amare al punto da farci interiorizzare. È anche la modalità con cui noi amiamo gli altri che consente l’interiorizzazione da parte delle persone che amiamo: possiamo amarle in modo da imporre la nostra presenza, da esigere l’attesa del nostro incontro spazio-temporale e possiamo amarle in un modo tale da renderci presenti costantemente nella loro vita e non esigere più altro. Ma questo è possibile quando incominciamo ad amare donando interamente la vita, consegnando lo spirito; come fece Gesù sulla croce e come continuò a fare, finché salutò i suoi e scomparve dalla terra.
Così riusciamo a capire pian piano il cammino che siamo chiamati a compiere lungo i giorni della nostra esistenza, fino a quel momento supremo, a quel giorno in cui risponderemo a una chiamata con un nome che non abbiamo mai ascoltato, il nome che ci è riservato per sempre nel cielo (cfr. Lc 10,20 “rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli” Lc 10,20).