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lunedì-venerdì: 10.00 - 12.30 , 16.00 - 19.00
sabato e prefestivi: 10.00 - 12.30
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lunedì-venerdì:17.00 - 19.00
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13-VI Domenica di Pasqua – Anno C
VI Domenica di Pasqua – Anno C
Gv. 14, 23-29
La gioia della sua presenza
20 maggio 2001
Il Quarto Evangelista non descrive l’Ultima Cena: c’è solo la lavanda dei piedi e poi delle lunghe riflessioni, probabilmente delle omelie pasquali, che l’Evangelista o un suo discepolo ha raccolto e posto nel contesto dell’Ultima Cena, che l’Eucarestia già da allora rinnovava continuamente. Quindi potremmo dire che sono riflessioni eucaristiche che la comunità del Quarto Evangelista ha raccolto e inserito nel vangelo, per farci capire il significato della Cena celebrata da Gesù e quindi il valore dell’Eucarestia che celebriamo, come memoriale della sua passione, della sua morte e della sua resurrezione. E’ comprensibile perciò che in queste pagine ritornino tutti i temi pasquali. Ne raccogliamo due riassunti in due formule che abbiamo ora ascoltato: “Chi mi ama osserva la mia parola” e “Verremo e prenderemo dimora presso di lui”.
“Chi mi ama osserva la mia parola”.
Il primo tema è compendiato nella formula ‘osservare la parola’: Gesù dice: “Chi mi ama osserva la mia parola” (e siccome il termine utilizzato in italiano, ‘parola’, si riferisce all’udito, dovremmo dire ‘ascoltare la parola’).
Noi saremmo tentati di interpretare questa formula come adempimento delle indicazioni operative che Gesù ci ha lasciato, dell’osservare la sua legge, del seguire il suo vangelo. Certo, c’è anche questo, ma la formula ‘osservare la parola’ è molto più impegnativa e implica vari atteggiamenti.
Contemplare gli ‘accadimenti’ perché diventino ‘avventi’, ambiti della venuta di Dio.
‘Osservare la parola’ implica prima di tutto l’osservare, il rintracciare, cioè l’avere un atteggiamento di attenzione verso la parola.
Ma che cos’è la parola? Non è lo scritto. Nella economia del racconto Giovanni si riferisce ad un momento in cui non c’era niente di scritto. La parola scritta degli ebrei era l’Antico Testamento, ma qui Gesù dice ‘le mie parole’, che non erano scritte. La parola era Lui, la sua esperienza e la sua vita. Quindi ‘osservare la parola’ significa prima di tutto mettersi nell’atteggiamento di contemplazione di ciò che avviene, in questo caso della vita di Gesù.
Ma oggi per noi ‘osservare la parola’ vuol dire metterci in atteggiamento di contemplazione, di ascolto, per rilevare ciò che la vita ci consegna. Infatti l’accadimento, cioè ciò che avviene, può essere caotico, può essere determinato dal passato, può essere anche male; anzi, la maggioranza degli accadimenti della nostra vita sono almeno in parte negativi, hanno delle componenti di male, di insufficienza, di inadeguatezza. Non è quindi ciò che accade la parola di Dio. E invece nella nostra tradizione, anche popolare, esiste una certa spiritualità di tipo fatalista, come se tutto ciò che accade sia voluto da Dio. Questa spiritualità si rispecchia in molti detti, ricordate per esempio il proverbio: “Non muove foglia che Dio non voglia” (che tra l’altro si trova quasi alla lettera nel Corano). Non è esatto perché in realtà tutto ciò che accade è espressione oltre che delle leggi della natura, anche del disordine che ancora esiste nella creazione e nella storia, e soprattutto della confusione che l’uomo introduce con le sue violenze e i suoi peccati.
Quindi non possiamo dire: ciò che accade è la parola di Dio. L’accadimento deve essere vissuto, interpretato, osservato, contemplato perché diventi ‘avvento’, cioè costituisca una venuta di Dio, un luogo dove l’azione di Dio si esprime, dove la sua parola risuona.
Perché l’accadimento, l’esperienza che compiamo, sia ‘avvento’, cioè ambito della venuta di Dio, deve intervenire l’attenzione dell’uomo, l’atteggiamento umano. Quando c’è l’osservazione umana, l’atteggiamento contemplativo, quando si dischiude l’occhio interiore allora si coglie qualche cosa di più profondo: Dio che viene.
Gli accadimenti - tutti gli eventi che costituiscono la trama della nostra vita - allora diventano “avvento”, venuta di Dio, diventano offerta, dono per noi, anche nelle situazioni negative, di sofferenza, di contraddizione, di incomprensione. L’avvenimento riconosciuto e accolto diventa evento di salvezza.
Mettersi in sintonia, così da accogliere la venuta di Dio.
Ma non è ancora tutto, perché quando noi ci accorgiamo della venuta di Dio a volte opponiamo resistenze, rifiuti. Occorre quello che Gesù qui indicava col temine ‘amore’ (“Se uno mi ama osserva la mia parola”), cioè quella sintonia - essa stessa donata dalla parola accolta - che consente l’accoglimento, per cui la venuta di Dio diventa per noi evento di salvezza.
L’evento di salvezza è quindi qualcosa di più della semplice venuta di Dio: è la venuta di Dio riconosciuta e accolta. Allora si realizza un evento di salvezza, la nostra vita si sviluppa: diventiamo figli, raggiungiamo la nostra identità definitiva. Possiamo anche dire, usando la formula di Giovanni, che la vita eterna si sviluppa in noi e rendiamo possibile anche la morte come momento di vita.
La morte infatti può identificarsi anche con la seconda morte, cioè può costituire il momento in cui si esauriscono le possibilità di vita che ci erano state offerte, il momento in cui appare l’inconsistenza della nostra avventura: non ci sono stati eventi salvifici o sono stati insufficienti. Ciò che è accaduto è rimasto accadimento, Dio non è venuto e non si è realizzato l’evento di salvezza.
La seconda morte è possibile come ci ricorda l’Apocalisse (Ap 2,11; 20,6.14;21,8). Forse è rarissima, forse non avviene per nessuno, ma in ogni caso è possibile e dobbiamo tenere presente questa possibilità per capire la condizione in cui ci troviamo, cioè per mettere in moto l’osservanza della parola, che fa di ogni accadimento della nostra vita, positivo o negativo, una venuta di Dio che, se accolta, diventa per noi un evento di salvezza.
“Verremo e prenderemo dimora presso di lui”
Quando l’avvento di Dio si realizza giorno dopo giorno, anche nell’insufficienza, nel limite della nostra condizione, avviene qualcosa di straordinario che Gesù qui esprime con una formula che ci è cara, anche se è metaforica: “verremo e prenderemo dimora presso di lui”. Questa formula indica almeno due cose: la novità (“verremo”) e la stabilità, (“prenderemo dimora”): non è una visita fugace, non è un’intuizione immediata che poi scompare, non è un lampo, è una luce che rimane: “verremo e prenderemo dimora presso di lui”.
L’elemento della novità è indicato anche con l’altra formula che Gesù utilizza: “verrà lo Spirito, vi condurrà alla verità tutta intera” (Gv. 16,13). Vedete anche qui è presente il verbo “venire” l’accadimento diventa avvento e per noi evento di salvezza.
Notate poi che ‘verità’ non vuol dire la semplice conoscenza intellettuale delle cose, come spesso viene interpretato. Per esempio la formula ‘verità dell’uomo’, spesso viene interpretata come ‘la dottrina della Chiesa relativa all’uomo’. Ma questa è un’interpretazione molto ristretta. In realtà la dottrina della Chiesa è imperfetta, inadeguata. La verità dell’uomo noi non la conosciamo perfettamente, però è necessario che diventi e resti costantemente il criterio per le scelte umane. Allora l’osservare la parola vuol dire mantenere sempre costante la vigilanza per cogliere la verità dell’uomo che ancora non conosciamo, ma che lo Spirito, cioè la forza della vita, la luce di Dio, pian piano può far emergere attraverso la nostra esperienza, se abbiamo un vigile atteggiamento di accoglienza.
La stabilità della presenza divina non è la stabilità delle nostre idee, perché questa sarebbe realmente pericolosa, anzi, sarebbe l’idolatria. I fondamentalisti sono l’espressione chiara di questo rischio che corriamo di identificare l’azione di Dio in noi permanente con l’assolutezza delle nostre idee, della nostra sensibilità, delle nostre scelte, delle nostre decisioni. Invece la verità resta sempre oltre, Dio è sempre avanti. Gesù dice :”Il Padre è più grande di me” (Gv 14, 28). Il che vuol dire: è più grande delle parole che io dico, delle espressioni che io uso, dei gesti che compio. C’è sempre un ‘oltre’ da accogliere, da interiorizzare.
Se non fosse così sarebbe giusto il timore che i non credenti hanno nei confronti dei credenti in Dio: come possono essere democratici, se sono convinti di avere già la verità e di doverla imporre in nome di Dio? Ma non è così, perché la Verità che noi diciamo essere Dio è sempre oltre i nostri pensieri e dobbiamo costantemente osservare la parola, metterci in ascolto, per poter capire cosa ci è chiesto. E questo lo possiamo fare, anzi lo dobbiamo fare, insieme agli altri, perché anche gli altri hanno dei criteri per osservare la parola, anche se non la ritengono parola di Dio. La parola che risuona all’interno della creazione e della storia è a disposizione di tutti e tutti possono avere degli strumenti per osservarla. Quindi noi, proprio per osservare la parola, per restare nell’amore di Dio, dobbiamo metterci costantemente in ascolto dei nostri fratelli e ricercare insieme a loro i traguardi di pace, di giustizia, di fraternità che l’azione di Dio suscita in mezzo a noi.
La comunione frutto del cammino pasquale.
Allora si capisce perché la comunione, l’unità degli uomini, diventi il frutto del cammino pasquale come Gesù l’ha delineato.
La prima comunità dei discepoli, quei pochi cristiani che cominciarono il proprio cammino, Giovanni dice che “erano insieme per paura dei giudei” (Gv. 20,19). Una comunità che sorge dalla paura non è certo una comunità di comunione di vita o una comunità gioiosa, tanto è vero che almeno Tommaso e i due di Emmaus erano già partiti per andare a casa e gli altri aspettavano il tempo opportuno per farlo. Non era ancora una comunità vitale. Ciò che vivevano era un accadimento, non era ancora una venuta di Dio e tantomeno un evento di salvezza. E così quando la comunità sta insieme per interesse, per difendere i propri diritti o per alimentare le proprie ricchezze non realizza una comunione autentica. L’Eucarestia ci conduce invece ad un nuovo modo di stare insieme, con la scoperta appunto di Dio che dimora in noi e negli altri.
Chiediamo allora oggi al Signore proprio la lucidità interiore, perché osservare la parola vuol dire avere l’occhio aperto, essere lucidi interiormente. Non perché si sa come stanno le cose, ma perché si dà fiducia all’azione di Dio, ascoltiamo la sua Parola, accogliamo la forza dello Spirito che ci conduce alla parola, alla sintonia con la sua azione, a percepire che cosa dobbiamo fare per rispondere alle esigenze della giustizia, della pace, della fraternità tra i popoli.
Chiediamo di essere in grado di vivere questa settimana nella serenità, nella gioia di chi è consapevole che l’azione di Dio è sempre presente, perché Dio è fedele.
Gv. 14, 23-29
La gioia della sua presenza
20 maggio 2001
Il Quarto Evangelista non descrive l’Ultima Cena: c’è solo la lavanda dei piedi e poi delle lunghe riflessioni, probabilmente delle omelie pasquali, che l’Evangelista o un suo discepolo ha raccolto e posto nel contesto dell’Ultima Cena, che l’Eucarestia già da allora rinnovava continuamente. Quindi potremmo dire che sono riflessioni eucaristiche che la comunità del Quarto Evangelista ha raccolto e inserito nel vangelo, per farci capire il significato della Cena celebrata da Gesù e quindi il valore dell’Eucarestia che celebriamo, come memoriale della sua passione, della sua morte e della sua resurrezione. E’ comprensibile perciò che in queste pagine ritornino tutti i temi pasquali. Ne raccogliamo due riassunti in due formule che abbiamo ora ascoltato: “Chi mi ama osserva la mia parola” e “Verremo e prenderemo dimora presso di lui”.
“Chi mi ama osserva la mia parola”.
Il primo tema è compendiato nella formula ‘osservare la parola’: Gesù dice: “Chi mi ama osserva la mia parola” (e siccome il termine utilizzato in italiano, ‘parola’, si riferisce all’udito, dovremmo dire ‘ascoltare la parola’).
Noi saremmo tentati di interpretare questa formula come adempimento delle indicazioni operative che Gesù ci ha lasciato, dell’osservare la sua legge, del seguire il suo vangelo. Certo, c’è anche questo, ma la formula ‘osservare la parola’ è molto più impegnativa e implica vari atteggiamenti.
Contemplare gli ‘accadimenti’ perché diventino ‘avventi’, ambiti della venuta di Dio.
‘Osservare la parola’ implica prima di tutto l’osservare, il rintracciare, cioè l’avere un atteggiamento di attenzione verso la parola.
Ma che cos’è la parola? Non è lo scritto. Nella economia del racconto Giovanni si riferisce ad un momento in cui non c’era niente di scritto. La parola scritta degli ebrei era l’Antico Testamento, ma qui Gesù dice ‘le mie parole’, che non erano scritte. La parola era Lui, la sua esperienza e la sua vita. Quindi ‘osservare la parola’ significa prima di tutto mettersi nell’atteggiamento di contemplazione di ciò che avviene, in questo caso della vita di Gesù.
Ma oggi per noi ‘osservare la parola’ vuol dire metterci in atteggiamento di contemplazione, di ascolto, per rilevare ciò che la vita ci consegna. Infatti l’accadimento, cioè ciò che avviene, può essere caotico, può essere determinato dal passato, può essere anche male; anzi, la maggioranza degli accadimenti della nostra vita sono almeno in parte negativi, hanno delle componenti di male, di insufficienza, di inadeguatezza. Non è quindi ciò che accade la parola di Dio. E invece nella nostra tradizione, anche popolare, esiste una certa spiritualità di tipo fatalista, come se tutto ciò che accade sia voluto da Dio. Questa spiritualità si rispecchia in molti detti, ricordate per esempio il proverbio: “Non muove foglia che Dio non voglia” (che tra l’altro si trova quasi alla lettera nel Corano). Non è esatto perché in realtà tutto ciò che accade è espressione oltre che delle leggi della natura, anche del disordine che ancora esiste nella creazione e nella storia, e soprattutto della confusione che l’uomo introduce con le sue violenze e i suoi peccati.
Quindi non possiamo dire: ciò che accade è la parola di Dio. L’accadimento deve essere vissuto, interpretato, osservato, contemplato perché diventi ‘avvento’, cioè costituisca una venuta di Dio, un luogo dove l’azione di Dio si esprime, dove la sua parola risuona.
Perché l’accadimento, l’esperienza che compiamo, sia ‘avvento’, cioè ambito della venuta di Dio, deve intervenire l’attenzione dell’uomo, l’atteggiamento umano. Quando c’è l’osservazione umana, l’atteggiamento contemplativo, quando si dischiude l’occhio interiore allora si coglie qualche cosa di più profondo: Dio che viene.
Gli accadimenti - tutti gli eventi che costituiscono la trama della nostra vita - allora diventano “avvento”, venuta di Dio, diventano offerta, dono per noi, anche nelle situazioni negative, di sofferenza, di contraddizione, di incomprensione. L’avvenimento riconosciuto e accolto diventa evento di salvezza.
Mettersi in sintonia, così da accogliere la venuta di Dio.
Ma non è ancora tutto, perché quando noi ci accorgiamo della venuta di Dio a volte opponiamo resistenze, rifiuti. Occorre quello che Gesù qui indicava col temine ‘amore’ (“Se uno mi ama osserva la mia parola”), cioè quella sintonia - essa stessa donata dalla parola accolta - che consente l’accoglimento, per cui la venuta di Dio diventa per noi evento di salvezza.
L’evento di salvezza è quindi qualcosa di più della semplice venuta di Dio: è la venuta di Dio riconosciuta e accolta. Allora si realizza un evento di salvezza, la nostra vita si sviluppa: diventiamo figli, raggiungiamo la nostra identità definitiva. Possiamo anche dire, usando la formula di Giovanni, che la vita eterna si sviluppa in noi e rendiamo possibile anche la morte come momento di vita.
La morte infatti può identificarsi anche con la seconda morte, cioè può costituire il momento in cui si esauriscono le possibilità di vita che ci erano state offerte, il momento in cui appare l’inconsistenza della nostra avventura: non ci sono stati eventi salvifici o sono stati insufficienti. Ciò che è accaduto è rimasto accadimento, Dio non è venuto e non si è realizzato l’evento di salvezza.
La seconda morte è possibile come ci ricorda l’Apocalisse (Ap 2,11; 20,6.14;21,8). Forse è rarissima, forse non avviene per nessuno, ma in ogni caso è possibile e dobbiamo tenere presente questa possibilità per capire la condizione in cui ci troviamo, cioè per mettere in moto l’osservanza della parola, che fa di ogni accadimento della nostra vita, positivo o negativo, una venuta di Dio che, se accolta, diventa per noi un evento di salvezza.
“Verremo e prenderemo dimora presso di lui”
Quando l’avvento di Dio si realizza giorno dopo giorno, anche nell’insufficienza, nel limite della nostra condizione, avviene qualcosa di straordinario che Gesù qui esprime con una formula che ci è cara, anche se è metaforica: “verremo e prenderemo dimora presso di lui”. Questa formula indica almeno due cose: la novità (“verremo”) e la stabilità, (“prenderemo dimora”): non è una visita fugace, non è un’intuizione immediata che poi scompare, non è un lampo, è una luce che rimane: “verremo e prenderemo dimora presso di lui”.
L’elemento della novità è indicato anche con l’altra formula che Gesù utilizza: “verrà lo Spirito, vi condurrà alla verità tutta intera” (Gv. 16,13). Vedete anche qui è presente il verbo “venire” l’accadimento diventa avvento e per noi evento di salvezza.
Notate poi che ‘verità’ non vuol dire la semplice conoscenza intellettuale delle cose, come spesso viene interpretato. Per esempio la formula ‘verità dell’uomo’, spesso viene interpretata come ‘la dottrina della Chiesa relativa all’uomo’. Ma questa è un’interpretazione molto ristretta. In realtà la dottrina della Chiesa è imperfetta, inadeguata. La verità dell’uomo noi non la conosciamo perfettamente, però è necessario che diventi e resti costantemente il criterio per le scelte umane. Allora l’osservare la parola vuol dire mantenere sempre costante la vigilanza per cogliere la verità dell’uomo che ancora non conosciamo, ma che lo Spirito, cioè la forza della vita, la luce di Dio, pian piano può far emergere attraverso la nostra esperienza, se abbiamo un vigile atteggiamento di accoglienza.
La stabilità della presenza divina non è la stabilità delle nostre idee, perché questa sarebbe realmente pericolosa, anzi, sarebbe l’idolatria. I fondamentalisti sono l’espressione chiara di questo rischio che corriamo di identificare l’azione di Dio in noi permanente con l’assolutezza delle nostre idee, della nostra sensibilità, delle nostre scelte, delle nostre decisioni. Invece la verità resta sempre oltre, Dio è sempre avanti. Gesù dice :”Il Padre è più grande di me” (Gv 14, 28). Il che vuol dire: è più grande delle parole che io dico, delle espressioni che io uso, dei gesti che compio. C’è sempre un ‘oltre’ da accogliere, da interiorizzare.
Se non fosse così sarebbe giusto il timore che i non credenti hanno nei confronti dei credenti in Dio: come possono essere democratici, se sono convinti di avere già la verità e di doverla imporre in nome di Dio? Ma non è così, perché la Verità che noi diciamo essere Dio è sempre oltre i nostri pensieri e dobbiamo costantemente osservare la parola, metterci in ascolto, per poter capire cosa ci è chiesto. E questo lo possiamo fare, anzi lo dobbiamo fare, insieme agli altri, perché anche gli altri hanno dei criteri per osservare la parola, anche se non la ritengono parola di Dio. La parola che risuona all’interno della creazione e della storia è a disposizione di tutti e tutti possono avere degli strumenti per osservarla. Quindi noi, proprio per osservare la parola, per restare nell’amore di Dio, dobbiamo metterci costantemente in ascolto dei nostri fratelli e ricercare insieme a loro i traguardi di pace, di giustizia, di fraternità che l’azione di Dio suscita in mezzo a noi.
La comunione frutto del cammino pasquale.
Allora si capisce perché la comunione, l’unità degli uomini, diventi il frutto del cammino pasquale come Gesù l’ha delineato.
La prima comunità dei discepoli, quei pochi cristiani che cominciarono il proprio cammino, Giovanni dice che “erano insieme per paura dei giudei” (Gv. 20,19). Una comunità che sorge dalla paura non è certo una comunità di comunione di vita o una comunità gioiosa, tanto è vero che almeno Tommaso e i due di Emmaus erano già partiti per andare a casa e gli altri aspettavano il tempo opportuno per farlo. Non era ancora una comunità vitale. Ciò che vivevano era un accadimento, non era ancora una venuta di Dio e tantomeno un evento di salvezza. E così quando la comunità sta insieme per interesse, per difendere i propri diritti o per alimentare le proprie ricchezze non realizza una comunione autentica. L’Eucarestia ci conduce invece ad un nuovo modo di stare insieme, con la scoperta appunto di Dio che dimora in noi e negli altri.
Chiediamo allora oggi al Signore proprio la lucidità interiore, perché osservare la parola vuol dire avere l’occhio aperto, essere lucidi interiormente. Non perché si sa come stanno le cose, ma perché si dà fiducia all’azione di Dio, ascoltiamo la sua Parola, accogliamo la forza dello Spirito che ci conduce alla parola, alla sintonia con la sua azione, a percepire che cosa dobbiamo fare per rispondere alle esigenze della giustizia, della pace, della fraternità tra i popoli.
Chiediamo di essere in grado di vivere questa settimana nella serenità, nella gioia di chi è consapevole che l’azione di Dio è sempre presente, perché Dio è fedele.