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10-IIIa Domenica di Pasqua – Anno C
IIIa Domenica di Pasqua – Anno C
Gv. 21, 1-19
La testimonianza dell’amore
29 aprile 2001
E' una pagina, questa, ricca di simboli, perché la comunità del Quarto Evangelista viveva in un clima culturale molto sensibile ai simboli. Io non mi fermo ad analizzarli perché noi non siamo nella stessa lunghezza d'onda simbolica. Anche la nostra cultura è molto sensibile ai simboli, ma di altro tipo, non i simboli dei numeri o delle situazioni o dei nomi: oggi abbiamo una cultura simbolica molto più raffinata, sviluppata dalle scienze umane e della comunicazione.
Rischieremmo di non sentirci in sintonia e di non penetrare in fondo il messaggio di questo episodio se per esempio insistessi sul fatto che i protagonisti sono 7 e i pesci pescati sono 153. I Padri della Chiesa hanno fatto lunghe riflessioni, sommando 1, 5, 3, che fa 9. Ma sono tutte cose che ci lasciano indifferenti e che non costituiscono il messaggio fondamentale di questa pagina, che credo possa essere ricondotto a due aspetti della sequela: la testimonianza e la funzione dell'amore.
La testimonianza
Il primo dato da cui vorrei partire è la piccolezza degli inizi: poche persone, che pure in poco tempo si diffusero in ‘tutto il mondo’, come dicevano già alla fine del I secolo, quando questa pagina è stata scritta. I simboli che utilizzano sono appunto simboli della totalità, perché avevano la consapevolezza che ormai avevano annunciato il Vangelo ovunque; per loro infatti i paesi attorno al Mediterraneo costituivano tutto il mondo.
L'efficacia di quella testimonianza sorprende ancora, perché realmente così poche persone ottennero dei risultati straordinari. Dopo intervennero altre componenti, dal IV secolo in avanti intervenne la legge: Costantino ancora non impose nulla, ma con Teodosio, alla fine del secolo IV, il cristianesimo già fu imposto per legge. Quindi dopo i discorsi sono molto più difficili, ma fino al IV secolo realmente dobbiamo interrogarci: perché questa efficacia?
Abbiamo ascoltato nella prima lettura il racconto del rimprovero fatto dal Sinedrio a Giovanni e a Pietro e la loro risposta: "Dobbiamo obbedire a Dio piuttosto che agli uomini". Ma dopo questo episodio, le guardie trovarono una seconda volta Pietro e Giovanni intenti a predicare Gesù come Messia e li portarono di nuovo al Sinedrio, che voleva condannarli a morte. Ma Gamaliele, che era un rabbino autorevole - fu poi anche maestro di Paolo - fece uscire i due apostoli e poi fece questo ragionamento: "Guardate, voi volete ucciderli, ma a che serve? Se quello che loro dicono è una loro invenzione e non ha un grande valore, non abbiate paura, tutto scomparirà. Un po' di tempo fa Teuda aveva raccolto 400 persone, ma poi l'uccisero e tutto è finito. Giuda il Galileo (era successo durante il periodo del censimento, quando Gesù aveva circa sei anni) aveva fatto una rivolta, ma poi l'hannno ucciso e tutto è finito. Ebbene, anche Gesù è stato ucciso. Ora, se questo viene da Dio, è inutile che combattiate, anche se li uccidete le cose andranno avanti, non potete combattere Dio. Se viene dagli uomini, state certi che tutto finirà".
Questa osservazione di Gamaliele ci offre la chiave per capire l'efficacia della loro testimonianza. Realmente testimoniavano la forza di Dio, di questo erano convinti: c'era una novità di vita, c'era l'irruzione di una modalità nuova di esistenza, un salto qualitativo dell'umanità. E di fronte alle dinamiche della vita non c'è nulla da fare, esse si impongono.
Voi dite: l'azione di Dio. Ma non pensate ad un'azione che si aggiunge dall'esterno: fiorisce dal di dentro della storia umana, diventa qualità umana. Sono salti qualitativi. Ce ne sono stati diversi nella storia dell'umanità. Pensate per esempio quando gli uomini cominciarono il linguaggio articolato, forse 50-60.000 anni fa: fu certamente un salto qualitativo. Domenica scorsa ricordavo il ‘periodo assiale’ della filosofia, dall'VIII al II secolo a.C., ma ce ne sono stati tanti.
Ora, certamente quello è stato un momento di irruzione nuova di forme di vita, un salto qualitativo: la forza dello Spirito, la chiamavano, per indicare la novità, ma emergeva all'interno delle esperienze che compivano. Pochi uomini (qui ne vengono elencati sette, erano pochi di più) diffusero un modo di vivere in tutto l'impero romano, in tutto il Mediterraneo e poi oltre.
Qual è la ragione fondamentale?
La funzione dell’amore.
Ecco, la domanda di Gesù a Pietro: "Mi ami tu?" è indicativa della forza di vita che Gesù richiedeva e che fu realmente la leva che sconvolse il mondo antico: un nuovo modo di amare.
Era realmente nuovo. Le stesse prime comuntà cristiane dovettero usare un termine inusuale, perché i termini comuni, ‘eros’ e ‘filia’, del mondo greco non erano adatti ad esprimere l'esperienza che compivano. Ricorsero al verbo ‘agapào’.
Questo fa pensare. Proprio ieri sera, tornando in treno di notte, pensavo ai molti esami che ho fatto per sacerdoti, per missionari, per coloro che dovevano essere testimoni del Vangelo, e pensavo: a nessuno ho mai chiesto: "Ma ami il Signore?". Chiedevo se conosceva la dottrina di Calcedonia, se conosceva i concili cristologici o trinitari o le encicliche; interrogavo circa la dottrina, ma a nessuno ho mai chiesto: "Ma ami il Signore?". Eppure questa è la forza della testimonianza.
E non sarà che anche noi oggi come Chiesa abbiamo travisato il nucleo centrale del messaggio, riconducendolo a dottrina: le verità della fede (che poi come sappiamo sono continuamente in trasformazione)? Domenica scorsa ricordavamo la trasformazione continua necessaria alla dottrina, che non può mai adeguare l'azione di Dio in noi. C'è una Congregazione per la Dottrina della Fede, ma non c'è una Congregazione per l'Agape. E' sorta la Caritas, ma è sorta per l'iniziativa di un prete nel secondo dopoguerra e solo oggi, con la riforma della Curia sta diventando una struttura della Curia come tale. Il che vuol dire che c’era qualcosa di sfasato nella organizzazione centrale della Chiesa.
Quando proclamano i santi esaminano anche le loro dottrine, ma solo per vedere se ci sono degli errori (perché in questo caso non possono essere presentati come testimoni), però la grande domanda che viene fatta è sulla capacità di amare, sulla testimonianza dell'amore che hanno dato. Questo resta, mentre le dottrine possono essere superate. Questa è la salvezza della Chiesa. In fondo il filo rosso che conduce avanti tutta la storia della Chiesa e che dà la garanzia della continuità è solo questo. Non sono le dottrine, non è la perfezione dell'organizzazione, non è l'efficacia degli strumenti di comunicazione: ciò che rende possibile la testimonianza è solo la forza dell'amore.
Inventare nuove forme di testimonianza.
Ma la forza dell'amore non può restare sempre la stessa. La parola di Gesù: "Seguimi" indica un cammino. Le modalità della testimonianza non sono le stesse lungo i secoli, cambiano continuamente. Per questo è necessario che ci siano momenti di riflessione, di analisi, per scoprire quali modalità nuove di condivisione, di dedizione, di servizio, oggi sono richieste per la testimonianza.
Antonio domenica, annunciando che oggi si sarebbero riuniti per l'assemblea nazionale dell'Equipe Notre Dame, ci ricordava che nella vita matrimoniale oggi occorre inventare una forma nuova di comunione, prima non necessaria. Perché prima generalmente i coniugi vivevano insieme fino ai 40-45 anni, poi uno dei due moriva, l'altro restava vedovo/a; oggi possono arrivare a 75-80 anni vivendo ancora insieme. Che forme nuove inventare in questa convivenza?
Ciò vale per tutti gli aspetti della vita: i cambiamenti sociali, la nuova comunicazione tra i popoli, tra le culture, tra le religioni, la trasformazione del mondo del lavoro, quali forme nuove di testimonianza richiedono, cioè quale capacità di dedizione, di servizio? La risposta deve essere costantemente inventata. Per questo ci raccogliamo a pregare, e ci sono necessari stimoli continui di confronto, di ascolto, di dialogo.
Chi di noi avverte la consapevolezza di una missione di testimonianza da compiere nel luogo in cui si trova, chi è convinto della necessità del Vangelo per il mondo deve far risuonare dentro di sé oggi questa domanda: "Mi ami tu? Seguimi".
Chiediamo al Signore di essere oggi attenti alla sua parola, perché possiamo in un modo o nell'altro scoprire anche noi quella gioia di cui parlavano gli Atti a proposito degli apostoli: erano gioiosi di essere stati testimoni anche nella sofferenza, perché avevano testimoniato il valore del Vangelo.
Gv. 21, 1-19
La testimonianza dell’amore
29 aprile 2001
E' una pagina, questa, ricca di simboli, perché la comunità del Quarto Evangelista viveva in un clima culturale molto sensibile ai simboli. Io non mi fermo ad analizzarli perché noi non siamo nella stessa lunghezza d'onda simbolica. Anche la nostra cultura è molto sensibile ai simboli, ma di altro tipo, non i simboli dei numeri o delle situazioni o dei nomi: oggi abbiamo una cultura simbolica molto più raffinata, sviluppata dalle scienze umane e della comunicazione.
Rischieremmo di non sentirci in sintonia e di non penetrare in fondo il messaggio di questo episodio se per esempio insistessi sul fatto che i protagonisti sono 7 e i pesci pescati sono 153. I Padri della Chiesa hanno fatto lunghe riflessioni, sommando 1, 5, 3, che fa 9. Ma sono tutte cose che ci lasciano indifferenti e che non costituiscono il messaggio fondamentale di questa pagina, che credo possa essere ricondotto a due aspetti della sequela: la testimonianza e la funzione dell'amore.
La testimonianza
Il primo dato da cui vorrei partire è la piccolezza degli inizi: poche persone, che pure in poco tempo si diffusero in ‘tutto il mondo’, come dicevano già alla fine del I secolo, quando questa pagina è stata scritta. I simboli che utilizzano sono appunto simboli della totalità, perché avevano la consapevolezza che ormai avevano annunciato il Vangelo ovunque; per loro infatti i paesi attorno al Mediterraneo costituivano tutto il mondo.
L'efficacia di quella testimonianza sorprende ancora, perché realmente così poche persone ottennero dei risultati straordinari. Dopo intervennero altre componenti, dal IV secolo in avanti intervenne la legge: Costantino ancora non impose nulla, ma con Teodosio, alla fine del secolo IV, il cristianesimo già fu imposto per legge. Quindi dopo i discorsi sono molto più difficili, ma fino al IV secolo realmente dobbiamo interrogarci: perché questa efficacia?
Abbiamo ascoltato nella prima lettura il racconto del rimprovero fatto dal Sinedrio a Giovanni e a Pietro e la loro risposta: "Dobbiamo obbedire a Dio piuttosto che agli uomini". Ma dopo questo episodio, le guardie trovarono una seconda volta Pietro e Giovanni intenti a predicare Gesù come Messia e li portarono di nuovo al Sinedrio, che voleva condannarli a morte. Ma Gamaliele, che era un rabbino autorevole - fu poi anche maestro di Paolo - fece uscire i due apostoli e poi fece questo ragionamento: "Guardate, voi volete ucciderli, ma a che serve? Se quello che loro dicono è una loro invenzione e non ha un grande valore, non abbiate paura, tutto scomparirà. Un po' di tempo fa Teuda aveva raccolto 400 persone, ma poi l'uccisero e tutto è finito. Giuda il Galileo (era successo durante il periodo del censimento, quando Gesù aveva circa sei anni) aveva fatto una rivolta, ma poi l'hannno ucciso e tutto è finito. Ebbene, anche Gesù è stato ucciso. Ora, se questo viene da Dio, è inutile che combattiate, anche se li uccidete le cose andranno avanti, non potete combattere Dio. Se viene dagli uomini, state certi che tutto finirà".
Questa osservazione di Gamaliele ci offre la chiave per capire l'efficacia della loro testimonianza. Realmente testimoniavano la forza di Dio, di questo erano convinti: c'era una novità di vita, c'era l'irruzione di una modalità nuova di esistenza, un salto qualitativo dell'umanità. E di fronte alle dinamiche della vita non c'è nulla da fare, esse si impongono.
Voi dite: l'azione di Dio. Ma non pensate ad un'azione che si aggiunge dall'esterno: fiorisce dal di dentro della storia umana, diventa qualità umana. Sono salti qualitativi. Ce ne sono stati diversi nella storia dell'umanità. Pensate per esempio quando gli uomini cominciarono il linguaggio articolato, forse 50-60.000 anni fa: fu certamente un salto qualitativo. Domenica scorsa ricordavo il ‘periodo assiale’ della filosofia, dall'VIII al II secolo a.C., ma ce ne sono stati tanti.
Ora, certamente quello è stato un momento di irruzione nuova di forme di vita, un salto qualitativo: la forza dello Spirito, la chiamavano, per indicare la novità, ma emergeva all'interno delle esperienze che compivano. Pochi uomini (qui ne vengono elencati sette, erano pochi di più) diffusero un modo di vivere in tutto l'impero romano, in tutto il Mediterraneo e poi oltre.
Qual è la ragione fondamentale?
La funzione dell’amore.
Ecco, la domanda di Gesù a Pietro: "Mi ami tu?" è indicativa della forza di vita che Gesù richiedeva e che fu realmente la leva che sconvolse il mondo antico: un nuovo modo di amare.
Era realmente nuovo. Le stesse prime comuntà cristiane dovettero usare un termine inusuale, perché i termini comuni, ‘eros’ e ‘filia’, del mondo greco non erano adatti ad esprimere l'esperienza che compivano. Ricorsero al verbo ‘agapào’.
Questo fa pensare. Proprio ieri sera, tornando in treno di notte, pensavo ai molti esami che ho fatto per sacerdoti, per missionari, per coloro che dovevano essere testimoni del Vangelo, e pensavo: a nessuno ho mai chiesto: "Ma ami il Signore?". Chiedevo se conosceva la dottrina di Calcedonia, se conosceva i concili cristologici o trinitari o le encicliche; interrogavo circa la dottrina, ma a nessuno ho mai chiesto: "Ma ami il Signore?". Eppure questa è la forza della testimonianza.
E non sarà che anche noi oggi come Chiesa abbiamo travisato il nucleo centrale del messaggio, riconducendolo a dottrina: le verità della fede (che poi come sappiamo sono continuamente in trasformazione)? Domenica scorsa ricordavamo la trasformazione continua necessaria alla dottrina, che non può mai adeguare l'azione di Dio in noi. C'è una Congregazione per la Dottrina della Fede, ma non c'è una Congregazione per l'Agape. E' sorta la Caritas, ma è sorta per l'iniziativa di un prete nel secondo dopoguerra e solo oggi, con la riforma della Curia sta diventando una struttura della Curia come tale. Il che vuol dire che c’era qualcosa di sfasato nella organizzazione centrale della Chiesa.
Quando proclamano i santi esaminano anche le loro dottrine, ma solo per vedere se ci sono degli errori (perché in questo caso non possono essere presentati come testimoni), però la grande domanda che viene fatta è sulla capacità di amare, sulla testimonianza dell'amore che hanno dato. Questo resta, mentre le dottrine possono essere superate. Questa è la salvezza della Chiesa. In fondo il filo rosso che conduce avanti tutta la storia della Chiesa e che dà la garanzia della continuità è solo questo. Non sono le dottrine, non è la perfezione dell'organizzazione, non è l'efficacia degli strumenti di comunicazione: ciò che rende possibile la testimonianza è solo la forza dell'amore.
Inventare nuove forme di testimonianza.
Ma la forza dell'amore non può restare sempre la stessa. La parola di Gesù: "Seguimi" indica un cammino. Le modalità della testimonianza non sono le stesse lungo i secoli, cambiano continuamente. Per questo è necessario che ci siano momenti di riflessione, di analisi, per scoprire quali modalità nuove di condivisione, di dedizione, di servizio, oggi sono richieste per la testimonianza.
Antonio domenica, annunciando che oggi si sarebbero riuniti per l'assemblea nazionale dell'Equipe Notre Dame, ci ricordava che nella vita matrimoniale oggi occorre inventare una forma nuova di comunione, prima non necessaria. Perché prima generalmente i coniugi vivevano insieme fino ai 40-45 anni, poi uno dei due moriva, l'altro restava vedovo/a; oggi possono arrivare a 75-80 anni vivendo ancora insieme. Che forme nuove inventare in questa convivenza?
Ciò vale per tutti gli aspetti della vita: i cambiamenti sociali, la nuova comunicazione tra i popoli, tra le culture, tra le religioni, la trasformazione del mondo del lavoro, quali forme nuove di testimonianza richiedono, cioè quale capacità di dedizione, di servizio? La risposta deve essere costantemente inventata. Per questo ci raccogliamo a pregare, e ci sono necessari stimoli continui di confronto, di ascolto, di dialogo.
Chi di noi avverte la consapevolezza di una missione di testimonianza da compiere nel luogo in cui si trova, chi è convinto della necessità del Vangelo per il mondo deve far risuonare dentro di sé oggi questa domanda: "Mi ami tu? Seguimi".
Chiediamo al Signore di essere oggi attenti alla sua parola, perché possiamo in un modo o nell'altro scoprire anche noi quella gioia di cui parlavano gli Atti a proposito degli apostoli: erano gioiosi di essere stati testimoni anche nella sofferenza, perché avevano testimoniato il valore del Vangelo.